L'ancella della regina (primavera dell'anno 80, Ardinaak) | Terra Di Mezzo | Forum

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L'ancella della regina (primavera dell'anno 80, Ardinaak)
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Trieste
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Novembre 27, 2020 - 10:26 pm

“Sono stato allevato per essere migliore degli altri uomini. Mio padre e mia madre non conoscevano altre maniere per tirar su un figlio, perché erano i veri eredi degli antichi capi, i più nobili di Angmar…”

“Li ricordi ancora?”

“Pensi io possa dimenticarli? Mai. Si chiamano Imdrazor e Widonu; egli era un Numenoreano, e lei era una Sagath. È stata sia una fortuna che una maledizione, per me avere, avuto un sangue così nobile nelle vene. Sono nato a Karab-Tarid, vicino a quello che resta di Carn Dum. Là ho imparato presto a stare a cavallo, a nuotare, a cacciare, a sopravvivere alle avversità della natura ed alla malignità degli altri uomini, e a leggere la strada nelle stelle, come un marinaio sposato al mare. Quando avevo sette anni, la mia famiglia ed il suo seguito si sono spostati per volere del Re e sono andato molto, molto lontano da casa; sino ad Umbar, dove ho imparato a leggere e scrivere ed ho studiato il commercio, l’arte e la guerra in mezzo ad altri del mio retaggio ed assieme ai figli dei compagni di mio padre. Molti di noi si scontravano ogni giorno con gli ‘istruttori’, gli egoisti e crudeli Corsari. Ogni giorno essi mettevano in dubbio la purezza delle nostre origini: noi facevamo loro domande, e loro ci picchiavano e ci schernivano. Fra di noi decidemmo di incassare, e di attendere in silenzio il giorno nel quale avremmo ripagato sangue con sangue, il giorno in cui saremmo andati pari. Odiavo i Variag di Mordor ed i Corsari come gli Eldar, Lynn; nessuno è migliore di me, ad eccezione dei miei genitori e dei miei antenati”.

Komul’jon la guardò. La desiderava, e lei ormai aveva imparato a capirlo. Non l’aveva mai toccata, però: era il suo padrone, era però anche… che cosa? Lui non si mosse; lei abbassò lo sguardo. E lui proseguì, quasi sottovoce.

“Diventai uomo a quattordici anni; a quindici, fui cacciato da Angmar. Stavamo cavalcando contro dei ribelli, ci fu un’imboscata e, colpito alla testa, perdetti conoscenza. Fui ingiustamente accusato di aver tradito il mio comandante, Nilardu. Il principe Corsaro. Un vigliacco, che aveva autorità su di noi, si ricordò di me e del comportamento fiero che avevo avuto in passato, e mi condannò. Mi fu data la scelta fra l’esilio da casa e il combattere per Mordor in territori lontati ed ostili, e la morte: scelsi la prima strada. Da quel momento, ho sempre vagabondato con gli eserciti Sagath di Sauron, conquistandomi quello che ho conquistato e sperando di riuscire ad ottenere denaro e fama sufficienti a ritornare a casa, per ricomprarmi la mia cittadinanza, le mie mogli ed il mio onore. Anche se non ho mai più potuto vedere la mia famiglia da quando ho lasciato Umbar, mi è stato concesso di incontrare il mio fratello più giovane; mi ha detto che mia madre è vecchia, ormai, e che poco le resta da vivere. Devo tornare prima che sia troppo tardi, Lynn; prima di incontrarti, avevo avuto la speranza di poterlo fare entro quest’anno. Incontrarti, e portarti via a Ciramir… è stata una sfortuna”.

“Perché non vai, Komul?” chiese lei. Era stanca; qualche volta, avrebbe desiderato che tutto finisse. Ma c’era il bambino; il figlio. Mai, mai avrebbe potuto venir meno al suo giuramento. Rinunciare a vivere sarebbe stato facile. “So che non puoi lasciarmi andare. Potresti…”

“Ucciderti? Ammazzare te e tuo figlio? Si. Avrei dovuto farlo, disinteressarmi a te e a lui, perché porti dentro un’ombra che ha il sinistro aspetto della morte. Invece ti ho concesso di interferire anche troppo con il mio cammino, ed ora mi ritrovo legato a te indissolubilmente, almeno per il momento, e in una situazione che sembra senza via d’uscita. E in più osi anche respingermi, ed io non ti faccio niente! Mi vergogno di me stesso: sei la prima donna che abbia osato rifiutarmi, Lynn, e che non si sia trovata con la schiena contro un albero e con il culo nudo e le gonne alzate. E non sei neanche vergine: altri ti hanno avuta, e più di uno”.

Lynn arrossì. Era vero, certo, e non se ne vergognava, ma la voce e lo sguardo di Komul’jon su di lei avevano sempre quell’effetto. Le scavavano dentro: nonostante tutto, riusciva a farla sentire una serva.

“Sia maledetto, in qualche modo sei riuscita a farmi innamorare di te. Sei bella; tanto. Non è solo questo, però: sei… tu. Quando saremo a Fornost e tu mi avrai aiutato a trovare ciò di cui ho bisogno, Lynn, ti prometto che ti lascerò scegliere liberamente se seguirmi o andartene. Ma una come te non può stare da sola: ha bisogno di qualcuno. Al mio fianco, se lo vorrai, potrai stare. Potrò prendere tuo figlio come mio, e poi nostro figlio, quello che verrà, potrebbe essere un grande guerriero, con la forza e l’astuzia del padre e l’intelligenza e la bellezza della madre; con i tuoi capelli biondi, ed i miei occhi…”

Così dicendo, la sua voce si ruppe; si voltò di scatto, e nascose il viso fra le mani. E Lynn capì che non aveva mai avuto figli, che ne desidera tanto uno, e che il suo sentimento era sincero. Ma era pur sempre un uomo di Mordor, e le sue mani erano macchiate dal sangue e da indicibili crimini, e… si svegliò. Sudata. Tremò per un attimo nel letto e tirò a sé le lenzuola di seta, fin sopra la sua testa, nascondendosi, rannicchiandosi. Perché lo sognava? Gli anni erano volati, Komul’jon non c’era più, Numenion non c’era più… perché li sognava? Che cosa stava succedendo?

.\ Roberto Srelz

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Trieste
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Novembre 28, 2020 - 9:50 pm

“Ciò che dirò”, gridò Komul’jon, sputando saliva e sangue per terra, “lo dirò per amore, non per timore delle vostre catene o per terrore della mannaia del vostro boia. E nel far questo sono certo di non commettere tradimento: oramai, ciò che dovevo dire ai Nazgul l’ho detto, ciò che dovevo dare ho dato, e nulla può più essere fatto per fermarli, perché io stesso non ne so la destinazione. Non potete far niente”.

“Prosegui”, disse Beleganga, il Ramingo. “Su, coraggio. La corda può aspettare”. Komul’jon lo guardò con disprezzo: grasso, stupido dunadano. Non sarebbe stato con buffoni come quelli, che l’esercito di Gondor avrebbe vinto; ma non importava più, ormai. Inspirò, aspettò che il dolore in bocca passasse un poco, e riprese a parlare.

“All’inizio di giugno, tre anni fa”, disse, “mi trovavo vicino a Tharbad, sul fiume. Ero travestito da mercante, il mio compito era solo quello di guardare: osservare, studiare, riferire. Ma un’ombra di ansietà mi spinse a cavalcare ai confini meridionali del piccolo paese; avevo il presentimento di qualche necessità dei miei comandanti, e di un loro desiderio di vedermi presto. La sensazione di qualcosa che era ancora latente, distante, e che però stava avvicinandosi. Lì, a Tharbad, mi giunsero dei messaggi relativi alla guerra ed alle sconfitte di Gondor, ed il mio cuore ne fu sollevato: le cose stavano procedendo bene. Giunto al meridione, non trovai però nulla, salvo qualche fuggiasco che arrivava dal sud ancora più profondo, dai deserti. Mi pareva che in essi, in questi profughi, covasse una grande paura di cui non volevano parlare, ed ebbi compassione. Mi diressi allora verso nordest, percorrendo tutto il Verdecammino, e non lontano da Brea incontrai un viaggiatore seduto su una pietra mentre il cavallo pascolava accanto a lui. Era Siriondil, il Gabbiere, che visse un tempo ad Umbar e che serviva la bandiera di Mordor. Appartiene al mio ordine, ma io non lo vedevo da parecchi anni”.

“I Raminghi sapevano di voi spie, pagliaccio”, lo interruppe Beleganga, scuotendolo. “Pensavate di potervi muovere non visti? Fate pietà”. “Lascialo continuare, Maeg”, disse Grampasso, la pipa stretta in una mano e gli occhi freddi come il ghiaccio. “Lascia che parli”. Komul’jon proseguì.

“Camulion, gridò, cercavo proprio te. Ma sono un estraneo da queste parti. Tutto ciò che sapevo era che forse ti trovavi in una regione selvaggia, vicino ad un villaggio oltre le montagne e verso le terre occidentali, disse. L’informazione era giusta, risposi, ma non gridare il mio nome troppo forte, che vuoi da me, chiesi. Penso sia urgente, gli dissi; non era mai stato un viaggiatore, Siriondil, salvo nei casi di estrema necessità. Lui mi raccontò di aver ricevuto un incarico impellente, e che i suoi ordini giungevano direttamente da Barad Dur. I Nove erano di nuovo in movimento, e tutto adesso si muoveva spinto da grande necessità: gli ordini erano, ovunque noi andassimo, di chiedere informazioni su un paese chiamato Contea. E su un piccolo anello, un gingillo d’oro senza alcun ornamento o importanza, che piaceva a Sauron. Non appena ne avremmo avuto notizie, sarebbe stato nostro dovere tornare verso Mordor e riferire ogni cosa. Quando Siriondil pronunciò quelle parole, compresi che cosa Sauron voleva da noi; capii anche cosa avevo inconsciamente, per tutti quei giorni, temuto. Chiesi allora chi gliel’avesse detto, e da parte di chi vienisse. ‘Er-Murazor’, rispose. ‘E mi ha incaricato di dirti che, se ti accorgi di averne bisogno, egli ti darà il suo aiuto; ma devi chiederglielo immediatamente, o sarà troppo tardi, e rischierai di trovarti da solo’. Siriondil mi disse di tornare a Tharbad e di cercare un elfo scuro, che veniva dalla punta a sud del mondo e si faceva chiamare Morthaur, o Fuinur, a seconda delle circostanze. Era un nostro alleato: viaggiava con tre della sua razza, elfi, due femmine e un maschio, e con una donna bionda e dalla pelle abbronzata che si chiamava Lynn. ‘La donna chiamata Lynn vive con Ciramir, l’ambasciatore di Gondor, non puoi sbagliare’, mi disse Siriondil. Mi spiegò che Fuinur, o Morthaur a seconda di chi mi avrebbe detto di essere, ci sarebbe stato di grande aiuto per strappare a Ciramir i piani della difesa di Tharbad e delle ultime roccaforti dei dunedani, cosicché il fianco di Gondor che dava verso ovest, al di qua di Orthanc, sarebbe stato scoperto. ‘Ciramir è ricattabile’, disse Siriondil, perché Lynn, la donna, custodiva un segreto”.

.\ Roberto Srelz

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Trieste
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Novembre 28, 2020 - 10:00 pm

“Ah, l’anello”, ripetè Fuinur, e lo sguardo gli si illuminò. “Non è forse uno strano destino, dover soffrire tanta paura e tante incertezze per un oggetto così minuto? Un oggetto così minuto! Permetti che te ne parli, Lynn? Sembra infatti che tu stia pensando soltanto al potere che l’Anello conferirebbe al nemico, se egli se ne impadronisse: soltanto, cioè, al cattivo impiego di esso, e non ai suoi lati positivi. Il mondo sta cambiando, dicono. Gondor cadrà, se il nemico non verrà annientato. Ma perché? Indubbiamente è ciò che accadrebbe, se l’Anello fosse in mano al nemico. Ma perché dovrebbe accadere se l’Anello fosse nelle nostre mani”?

“Signore”, disse Lynn. “Mi spaventate. Non oso mettere in dubbio le vostre parole, non è il mio posto… però… non ricordate ciò che disse Corian? Ardor non può adoperarlo, e tutto ciò che viene fatto con esso, attraverso di esso… diventa malvagio”.

Fuinur si alzò, camminando avanti e indietro con impazienza. “E così tu vai avanti!”, gridò, afferrando uno dei boccali di legno e scagliandoglielo contro; Lynn si schivò e, colta da terrore, si rannicchiò sotto a uno dei tavoli. “Galadriel, Elrond…” continuò Fuinur, incollerito, “tutta questa gente ti ha insegnato a pensare in questo modo, Lynn. Corian, poi! Corian. E io dovrei rispettare Corian e fidarmi delle sue parole? Forse ciò che dicono vale per loro: forse questi elfi e mezzielfi e stregoni del nord combinerebbero qualche guaio, se l’Anello dovesse giungere nelle loro mani. Eppure a volte mi chiedo se siano effettivamente saggi e non semplicemente timidi. Comunque, a ognuno la propria razza: e questo vale anche per te, Lynn. A volte mi scordo di come tu sia figlia di una stirpe fatta per servire, e non è colpa tua. Un figlio di Ardor, un discendente di Feanor non si lascerebbe corrompere… noi di Ardor siamo rimasti fedeli attraverso secoli e secoli di sofferenze. Non bramiamo il potere dei Re di Angmar, ma solo la forza necessaria per difenderci, per difendere una giusta causa. E, meraviglia! Nell’ora del bisogno, il fato mette alla luce l’Anello del Potere. È un dono; ne sono convinto”.

.\ Roberto Srelz

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Trieste
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Novembre 28, 2020 - 10:08 pm

“Conoscevo abbastanza bene la storia dei Palantiri; suggerii, ed era una concreta possibilità, che una delle perdute pietre di Arnor avesse potuto essere stata ritrovata. Se questo fosse stato il caso, allora Denethor, o altre fazioni più pericolose, avrebbero potuto essere molto determinate a recuperarla. Non solo sarebbe stato, il Palantir, e di diritto, di proprietà di Gondor, ma avrebbe potuto essere di grande aiuto nella difesa del regno. Congedai Tarquillan, e lo aiutai a trovare un rifugio sicuro a Fornost, sotto la protezione stessa dei nobili della Corte. Poi continuai ad osservare le strane visioni, ma con frustrazione fallii ogni volta. Dopo qualche settimana, divenni stanco per l’uso intenso del potere e dovetti rinunciare per conservare la mia salute stessa. Nel frattempo, venni a sapere che l’eccitazione per la scoperta e la successiva scomparsa di Tarquillan a Gondor si erano sopite, e con così tante e più importanti questioni alla mano il Sovrintendente accettò suo malgrado di trattare la questione del Palantir successivamente, in un periodo più tranquillo se mai uno ve ne sarebbe stato. Essendo più tranquillo, ora che ero certo che a Minas Tirith le cose procedevano lentamente, potei riposarmi; ma solo dieci giorni dopo questa mia tranquillità fu bruscamente interrotta dall’arrivo di un messaggero dalla capitale”.

“Uno degli assistenti di Tarquillan, Elegar”, disse Yondo, “aveva ripreso il lavoro interrotto di riordino della biblioteca della Torre Bianca. Essa era stata tenuta in un pessimo stato, nei tempi passati, e persino Gandalf aveva trovato delle difficoltà nelle ricerche in essa. Riordinando i volumi, Elegar ritrovò parecchi scritti, caduti sul fondo degli scaffali; perduti da molti, molti anni, alcuni distrutti dal tempo, altri quasi illeggibili. Così mi

“È vero. Molti degli scritti ritrovati erano di natura mondana, ma Elegar ritrovò due lavori affascinanti e molto importanti che erano stati ormai dimenticati dai bibliotecari. Il primo era un piccolo libro rilegato in cuoio rosso, che trattava di come “mascherare” con la magia i palantiri per renderli impervi a tentativi d’uso da parte di persone non addestrate allo stesso. Il secondo si rivelò ancor più prezioso di quello che il suo titolo suggeriva: eccolo, è il diario di Mistan. Si firma, questo Mistan, come ‘consigliere del Re alla corte di Valendur di Arnor’. Contiene un dettagliato racconto delle giornate di un cortigiano che aveva vissuto nella prima Terza Era. Esaminando quelle ben conservate e chiare pagine, percepii un costante riferimento a certi testi collocati nella Terindasam i Rynd Permaith Aran, o, tradotto per voi, nella Sala Ovale della Libreria Reale. Ed accenni a certe visioni di luci e di nebbie, molto simili a quelle che sia io che Tarquillan avevamo percepito attraverso i palantiri. Capii, utilizzando correttamente anche il cervello e la furbizia e sfruttando molte delle mie fonti di notizie, come quel riferimento alla libreria potesse essere la chiave per il recupero dei Palantiri perduti.”

“E cosa accadde?” chiese Yondo.

“Per prima cosa, Tarquillan ha cercato, vincendo la diffidenza di Denethor, di allineare la pietra di Minas Tirith con quella di Orthanc. Ha poi provato ad utilizzare una sfera incantata di Saruman, posta nella sua abitazione, a Dol Amroth, e studiata in maniera da catturare le immagini della pietra posta a Minas Tirith. L’utilizzo della pietra, però, anche se dava buoni risultati risultava difficoltoso ed affaticante; spesso una visione di due mani sconosciute, arse da vive fiamme, copriva il resto delle cose e provocava nello spettatore uno stato, debilitante, di forte ansia. Poi, nel corso di una di queste visioni, era accaduto qualcosa.

“Accadde due anni fa”, disse Tarquillan, titubante. “Fu un paio di settimane dopo che le visioni di fuoco nella sfera fatta a guisa di Palantir si furono attenuate che io scoprii per la prima volta una strana perturbazione; qualcosa che sembrava provenire da remote regioni settentrionali. Stavo osservando il Sovrintendente Denethor mentre guardava i lavori di ricostruzione a Tharbad, dopo l’arrivo del Legato Ciramir, quando la mia concentrazione si affievolì e mi ritrovai a pensare a quanto distante la pietra di Minas Anor avrebbe potuto guardare. E poi c’era qualcosa; nel guardare Ciramir, e le cose che faceva, provavo una sensazione, come una presenza che cercava di guardare nella mia direzione ma non poteva farlo. Allora provai ad indurre il Sovrintendente, avevo già scoperto di poterlo fare, a guardare più a nord ed ancora più a nord. Avevo appena incontrato con lo sguardo le rovine di una fortezza, molto antica probabilmente, quando improvvisamente mi trovai ad osservare una scura scena: null’altro che nuvole, nuvole e bianco. Dopo qualche attimo, la visione scomparve e persi la concentrazione mentre la stanchezza prendeva il sopravvento. Nei giorni che seguirono, cercai intenzionalmente la stessa visione, in quanto essa mi era sembrata intrigante. Più di una volta trovai di nuovo le stesse nuvole, la stessa luminosità che avevo trovato la prima volta, ma non fui mai capace di interpretare che cosa la magia mi stesse mostrando. Con uno stratagemma, misi al corrente il principe di Dol Amroth delle visioni; essendo di alto lignaggio e di sangue elfico, avrebbe ben potuto suggerirmi un nuovo approccio al problema. Ma neppure lui poté trovare una qualche spiegazione. La questione fu discussa lungamente a Corte, e molti si dimostrarono concordi con la mia teoria che le perturbazioni potessero essere legate alla presenza di un Palantir non propriamente orientato, forse una pietra persa nelle ere passate. Fu deciso di informare della cosa Denethor, il Sovrintendente di Gondor, e di tenerla assolutamente segreta; a questo punto, la questione aveva preso una piega decisamente troppo pericolosa per me, e decisi di muovermi apertamente, di attraversare il fiume e di recarmi a Minas Morgul. Qui sottoposi le mie scoperte a Komul’jon; ci conoscevamo da tempo, ormai”.

.\ Roberto Srelz

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Trieste
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Novembre 28, 2020 - 10:14 pm

La porta di Fornost era un’impressionante visione di bronzo e di acciaio; lontanamente, a Yondo e Castamir ricordava le porte di Minas Tirith, anche se la differenza tra le due fortificazioni era, in termini di stile, rilevantissima. Il  camminamento sulle mura era largo tre braccia, e le mura erano alte quaranta piedi e larghe venti; le guardie di pattuglia non concedevano l’ingresso in città a nessun tipo di carro. Per portare le merci era necessario trascinare un carretto a slitta, chiamato Ulcaim, come in Minas Tirith. Le guardie erano un po’ dappertutto; vestivano i colori nero e rosso e l’atmosfera era quella di una città assediata, simile alla Tharbad prima dell’assalto. I soldati fermano tutti i viaggiatori, e veniva chiesto un pedaggio: tre monete d’argento per ogni testa, per entrare e uscire nell’arco di una giornata, e cinque se si doveva rimanere. Era esoso. Pagarono, e una volta all’interno, si trovarono in una città troppo piccola per contenere tutte le case, le piazze e le fontane che i suoi abitanti avevano tentato di costruire. Tutto ferveva d’attività: le strade erano piene di gente. Guidati da Lammach, che era già stato a Fornost più di una volta in incognito per ricevere messaggi, voltarono a sud; una strada li portò accanto alla bottega di un artigiano, e Yondo e Mutamin si fermeranno ad ammirare pieni di meraviglia un orologio meccanico, fatto con un piano inclinato ed una sfera che, in un moto quasi perpetuo, andava su e giù, provocando l’avanzamento, su un quadrante, di un Sole dorato e di una Luna d’argento. 

“Cose come questa”, disse Lynn a bocca aperta, “sono l’orgoglio dei nobili di Ardor”. E Yondo sapeva che era la verità: aveva visto molte cose simili, addirittura superiori in grazia e perfezione, a Minas Tirith. Passarono poi sotto a una struttura in pietra concepita in modo da permettere a degli uomini di fatica di operare su di un argano e trarre verso l’alto carichi molto pesanti, e poi, attraverso un passaggio scavato nella pietra ed illuminato da lampade che proiettavano lunghe ombre sulle pareti, voltarono a nord, verso la Rocca.

Poco fuori dal passaggio, avvertirono un piacevole odore di pane fresco, e videro due donne portarne una grossa cesta fuori dalla bottega di un fornaio. Komul’jon, non visto, ne rubò un pezzo, lo assaggiò e poi, soddisfatto, comprò pane per tutti, per la felicità delle donne. La piccola compagnia fece una sosta sedendosi in un giardino pubblico, sotto lo sguardo di alcune altre guardie e della gente che comunque, abituata ai viaggiatori, a loro non faceva troppo caso. Al naso dei personaggi arrivò ancora l’odore della farina, e udirono il rumore della vita domestica; per coloro che erano nati in città – Lynn, Yondo e Mutamin – ci fu nostalgia, e Komul’jon si meravigliò per come così poco bastasse a render gli altri tristi. Si sta facendo tardi, e il sole stava calando: era ora di proseguire. E così arrivarono all’Alta Corte, chiusa anch’essa da una porta sorvegliata: Komul’jon, mostrando il salvacondotto ricevuto fingendosi un dunadano ed il sigillo sottratto a Ciramir la notte del suo assassinio, disse: “Sono Ciramir, Legato di Gondor a Tharbad: devo assolutamente vedere il Notabile”. Lynn confermò: un cenno di Komul’jon fu sufficiente a farla tremare, e più di quello non avrebbe desiderato tradirlo: a quell’uomo, al suo padrone, si era… affezionata.

Le guardie, dopo aver esaminato salvacondotto e sigillo, li fecero entrare attraverso un ultimo passaggio protetto da saracinesche ferrate che conduceva sino alla parte interna della Corte. Udivano, mentre camminavano, il rumore del martello che batteva sul ferro, e vedevano molti uomini allenarsi alla guerra. Poi arrivarono a una severa costruzione in pietra bianca: Castamir disse: “La biblioteca di Fornost. Qui furono portati tutti i testi che sopravvissero alla caduta di Arnor: quali segreti devono essere custoditi fra queste mura”. Quelle difese erano la potenza e la magnificenza di Arnor: e se fossero stati scoperti, visto che a condurli era una spia di Mordor, avrebbero costituito una barriera insuperabile tra loro e la libertà. Una pungente brezza accarezzò i loro volti, e scesero lungo una scalinata che attraversava la piazza d’armi delle caserme della Guardia. Dal palazzo di fronte a loro, magnifico nel suo marmo bianco, un uomo alto e riccamente vestito si fece loro incontro; inchinandosi, disse: “Benvenuto, Legato, all’Alta Corte. Con rispetto, devo pregarvi di mostrarmi le vostre calzature”. Komul’jon, Yondo e Lynn si guardarono disorientati: non era uno scherzo, non era concesso, a chi indossava calzature non pulite o aveva le suole rovinate, di entrare nell’Alta Corte, perchè la Corte era pavimentata con lo stesso, stupendo marmo con il quale era realizzata la facciata della costruzione. Yondo sapeva che lo stesso veniva fatto a Minas Tirith. I guerrieri della scorta di Komul’jon rimasero all’esterno; agli ospiti, vennero offerte comode calzature in pelliccia, e vennero condotti da Carondor, signore di Fornost. Assieme a Gilorwen, sua moglie, li attendeva un poco più in là, in una lussuosa camera. Mentre Gilorwen si portava via Morfingol e Castamir, offrendo loro del vino e della frutta e insistendo, e Lynn veniva assistita dalle ancelle della casa, Carondor fece strada verso il suo studio, indicando a Komul’jon, Yondo e Mutamin di seguirlo. 

Elegante negli abiti di corte, il Signore Cancelliere di Fornost era un uomo rude. Carondor era un Dunadan del nord, per molti anni amico di Aragorn, Grampasso, e di Beleganga. Carondor era più vecchio di loro e in passato li aveva condotti per molte delle strade dell’Eriador, quando Aragorn aveva appena preso le sue responsabilità come giovane capo e Beleganga non era che un ragazzo. Aveva assunto comunque il suo compito di Cancelliere a Fornost con grande impegno, e fino ad ora si era dimostrato eccellente: anche se abituato alla vita nelle terre selvagge, non aveva avuto difficoltà ad adattarsi al protocollo e conduceva i  suoi compiti con grande autorità. Indossa il mantello verde scuro dei suoi anni giovani; sul bavero, portava un fermaglio d’argento, a forma di stella a sei punte.

“In effetti è con sorpresa”, disse Carondor, Cancelliere di Fornost, accogliendo Komul’jon, “che ricevo la vostra visita ora; solo una settimana fa, un messaggero del Sovrintendente di Gondor mi ha edotto sulle ragioni della venuta di una spedizione da Tharbad accennandomi ai motivi di questa indagine. Nel messaggio non si faceva riferimento ad un vostro diretto coinvolgimento; le notizie erano pessime, si diceva che il comando fosse stato assunto da servi di Mordor e che il nemico avesse in pugno ciò che restava della città. Tra l’altro, anche se non la ricordavo bene, io ho conosciuto Lynn, la dama che viaggia con voi, proprio a Tharbad, in occasione della nomina del Cancelliere Nimhir. Mi chiedete di questa persona, dunque, di questo Camulion. Mi rallegrai dell’averlo come mio ospite”. 

“Che cosa gli raccontaste?” chiese Komul’jon. L’inganno stava funzionando.

“Mi chiese, nel linguaggio Aduinaico parlato alla maniera di Gondor, di Annuminas; disse che cercava notizie precise su re Arvedui e sulla sua permanenza al nord, per cercare di incontrare quelle genti ed eventuali discendenti dei sopravvissuti della spedizione. Cercai di dissuaderlo;  Annuminas non è altro ormai che un ordinato assieme di rovine coperte dalla neve e dal muschio. Come del resto gran parte di questa città: voi siete stati scortati attraverso l’unica strada praticabile e l’unico bel quartiere rimasto. Due anni fa, decidemmo di mandare una spedizione per accertare che le rovine non fossero divenute luogo di rifugio per bande d’orchetti, ma gli esploratori riferirono di tante e tali difficoltà da lasciare senza il coraggio di proseguire anche il più valoroso dei miei guerrieri. I soldati si scontrarono con la banda di un tagliagole di nome Cilis, e molti rimasero uccisi. Ho molti dubbi che qualcosa rimanga di intatto nella biblioteca di Annuminas; quello che c’era fu trasferito qui prima della sua caduta, e successivamente quasi tutto andò perduto quando anche per Fornost iniziò il declino. Come la biblioteca di Tharbad andò completamente distutta al tempo dell’attacco delle orde del Re Stregone, così accadde per quella di questa città; però, se voi volete, non vi proibirò di visitare quel che ne rimane, anzi vi darò un salvacondotto. Se posso dare il mio consiglio, lo stesso che ho dato a Camulion, cercherei a Cameth Brin”.

.\ Roberto Srelz

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Novembre 28, 2020 - 10:55 pm

Fuinur non usava portarla alle riunioni con i suoi ufficiali; ma, quel giorno, dopo l’assemblea, ci sarebbero stati un banchetto ed una festa, e da troppo tempo Lynn stava da sola senza parlare quasi a nessuno. Fuinur aveva quindi accettato di condurla e di presentarla agli altri, ai suoi amici e ufficiali, per la prima volta, senza apostrofarla come serva. Mentre lei sedeva con le altre donne, Fuinur, parlando all’assemblea, aveva detto in risposta alla frase di un capitano di Umbar il quale giustificava alla principessa Nirnadel la sconfitta del Cardolan e dell’Arthedain con il tradimento:

“Non basta dire, come fecero e come fanno tuttora i dunedani che vivono nel nord, che il loro regno fu sorpreso dal tradimento. Per un reame o un impero, l’ora in cui il primo avventuriero che passa può far loro violenza e possederli non scocca all’improvviso. Pronunciando frasi del genere, non si risolve affatto l’enigma del perché ci fu la sconfitta, ci si limita semplicemente a formularlo altrimenti. Guai a colui che è debole!”

pedo abo dago
kar malo guormo

Era uno dei più famosi motti di Gondor. Tradotto in lingua corrente, significava: “Parla, rifiutati di combattere; congiura per l’amicizia e non per l’ira”, ed era apparso per la prima volta durante la guerra civile, quando sette sostenitori di re Eldacar erano stati impiccati a Minas Tirith, al tempo Minas Anor, da Ciryang, uno degli sceriffi di Castamir l’Antico. Non fu mai possibile attribuire con certezza la paternità del motto, ma dopo la guerra la pietra sulla quale era stato per la prima volta inciso venne conservata e considerata come un omaggio ai sette coraggiosi ed alle migliaia che come loro morirono per il re.

Finita l’assemblea, la notte era stata buia, quieta, forse sin troppo silenziosa; nemmeno le voci del bosco e i versi degli animali si udivano, e l’unico rumore a rompere quella pace innaturale era il crepitio del fuoco, attorno al quale tutti, meno la sentinella, dormivano. Lynn sapeva però che anche Komul’jon non dormiva: aveva incrociato il suo sguardo, durante la cena, e lui le aveva fatto capire che l’avrebbe aspettata sveglio. Ed era sveglio, quando lei lo raggiunse. Lynn non sapeva se la sentinella, uno degli uomini di colore che seguivano Mutamin, veramente non li scorgesse o facesse semplicemente finta di non vederli; ma li lasciava parlare e stare vicini. Da quando Komul’jon era tornato indietro, ad Annuminas, ed aveva affrontato Ciramir, Corian e Fuinur avevano ordinato di tenerlo legato, e i legacci sulle mani non gli sono mai stati sciolti, mentre quelli ai piedi gli venivano messi solo di notte. Rimasero a lungo assieme, quella notte, ma nel sogno Lynn ricordava solo queste parole che le aveva detto: “Noi paghiamo, amore mio, ora, nell’epoca che stiamo vivendo, errori fatti nel passato dai nostri avi. Errori che non furono, è vero, sempre senza malizia, e che talvolta presero forma di efferratezze compiute per pura brama di potere o ricchezza. Vedi, Lynn, gli è che verità, giustizia, libertà, dignità, non vivevano in nessuno della nostra gente, ad Angmar; essi avevano scordato il passato. Quando la bandiera di Gondor sarà sotto i nostri stivali, Lynn, noi avremo in realtà molta meno soddisfazione di quanto immaginiamo, e saremo molto meno orgogliosi di quella vittoria di quanto ci aspettiamo ora. Non sarà una vera vittoria; mancheranno i nemici”.

Ardor era ridotta per sempre in cenere, ma il fuoco ardeva ancora nella sua anima. La sua vita stessa era ridotta in cenere, oramai; anche il ricordo di Komul’jon. Eppure egli, che era stato uno dei comandanti di quell’esercito di uomini terribili e di mostri che avevano assalito le città e la sua stessa vita, distrutto Tharbad a nord, ucciso Ciramir, sconfitto i difensori aprendo la strada ai Nazgul, costretto i popoli alla fuga ed alla fame, non sembrava aver mai provato gioia od orgoglio. No; Komul’jon non aveva odiato.

.\ Roberto Srelz

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Novembre 28, 2020 - 11:05 pm

“Non crediate che nella terra di Gondor il sangue di Numenor sia del tutto scomparso, e la sua gloria e dignità obliate”, gridò Beleganga. “È merito del nostro valore se gente come Komul’jon non ha ancora fatto irruzione, ed il terrore di Morgul è tenuto lontano; grazie a noi la pace e la libertà perdurano nei paesi alle nostre spalle, baluardo dell’Occidente. Ma che accadrebbe se i passaggi del fiume cadessero in mano al Nemico?
Eppure quel momento è forse ormai vicino. Il Nemico Innominato è risorto. Il fumo si alza nuovamente dal vulcano che noi chiamiamo Monte Fato. Il potere della Terra Nera giganteggia e noi siamo assediati. Quando il Nemico tornò, il nostro popolo fu cacciato da Ithilien, la bella contrada ad est del fiume, ove adesso possediamo soltanto qualche roccaforte ben difesa. Ma presto la guerra piomberà su di noi, forse improvvisa, e ci travolgerà. Saremo sopraffatti dal numero, perché Mordor si è alleata alla gente dell’Est e ai crudeli uomini dell’Harad, ma non soltanto dal numero: vi è un potere che mai prima d’oggi abbiamo incontrato. Ed ancora stiamo qui a discutere sulla sorte di Komul’jon? Che sia giustiziato, per essere un nemico di Gondor e delle genti libere! E quella donna, Lynn, per essere stata al suo fianco, per aver tradito la nostra fiducia, non merita sorte migliore.”

.\ Roberto Srelz

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Trieste
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Novembre 28, 2020 - 11:16 pm

“Fuinur, Fuinur, non avresti dovuto seguirmi”.
“Hai intenzione di andartene?” le chiese. Lei alzò gli occhi verso la nebbia, cupa, un vortice di tenebre e di stelle sopra di loro, in mezzo alla notte.

“Si'”, disse. Poi abbassò lo sguardo su di lui. “Non farmi tardare ancora. Questa tua ostinazione a seguirmi è priva di senso. Io non so come si comporterà questa magia, se essa mi condurrà nello stesso luogo in cui è fuggito Komul’jon, oppure se mi scaglierà in qualche altro punto della terra. I cancelli di Ardana sono misteriosi. Ma queste cose non sono fatte per te, tu non vi appartieni. Ci sei stato utile ad Ardor, non lo nego, col tuo codice morale, i tuoi incantesimi, le tue parentele… figlio di Tesarath. Ma tu non sei come me, questo è il tuo vero mondo, questi sono i tuoi ideali, e io avevo assoluto bisogno di un maschio che sapesse agire, nel modo migliore, e al momento giusto. Tu sei servito allo scopo. Ora, qui, la mia missione è finita. Tu sei libero, e sii lieto di esserlo. La guerra fra uomini ed elfi sara’ lunga, terribile: fratricida. Combattila dalla parte giusta. Forse non è quella che pensi”.

Fuinur non parlò. Immaginò di esser rimasto li’, a fissarla in silenzio, immobile, fino a quando non sentì la mano di lei che gli lasciava il braccio e la vide allontanarsi. Elheanor riprese a muoversi a testa bassa nel cunicolo; sulle prime Siptah si rifiutò, ma lei prese saldamente in mano le redini e tirò brutalmente l’animale contro la sua volontà, finché il destriero non si convinse a proseguire, raccogliendo tutte le sue forze, verso la nebbia tenebrosa. E vi scomparve.

“Noi non siamo coraggiosi… noi che facciamo questo gioco con la morte, noi che siamo stati deboli e siamo caduti… abbiamo troppo da perdere, per permetterci il lusso di esser virtuosi e coraggiosi”.

Fuinur restò immobile, a fianco del cavallo, per lunghi istanti; si guardò intorno, scrutò, senza vederle, le figure dalle forme tormentate, mentre la sua mente anticipava il freddo e il lungo cammino che lo aspettavano per far ritorno da Corian, respinto da Elhiri e senza scopi, e quindi costretto a chiedere ad Elrond di accettare la sua presenza, la presenza del fratello indegno nella sua casa. Qualunque suo atto, ora, qualunque direzione avesse deciso di prendere, gli avrebbe arrecato dolore, con una sola eccezione: così come Elheanor aveva preso l’unica strada per lei possibile, anche i suoi sensi ora la conoscevano. Piantò i piedi nel terriccio, strinse le redini e tirò il cavallo su per il pendio.
Vi fu soltanto un simbolico rifiuto. Siptah se n’era andato attraverso quella voragine: il morello capì ciò che Fuinur si aspettava da lui. Il golfo si spalancava davanti all’elfo e all’animale, nero e stellato, senza il vento che prima vi aveva ululato. Ne esalava una brezza appena sufficiente a confermare la sua esistenza. E vi fu il buio, il buio più completo, e mentre, spiccato il balzo, stavano precipitando, istintivamente cerco’ freneticamente con i piedi un appoggio, il cavallo s’inarco’, nitrì e si contorse vicino a lui, agitando gli zoccoli alla ricerca di un appoggio. E lo trovò.

All’improvviso, stavano correndo lungo una sponda erbosa, nell’aria tiepida; per la sorpresa, perse l’equilibrio, inciampò e cadde, mentre il cavallo nitriva ancora e poi si distendeva in un galoppo sfrenato, libero dalle redini, per fermarsi poco più in là tranquillo. Una forma pallida risaliva una collina innevata, di fronte a loro, sotto una doppia luna.

“Elheanor”, gridò Fuinur. “Aspettami!”

Lei si fermò, si voltò a guardare, poi scivolò di sella e li aspettò, immobile, sul fianco della collina.
Fuinur corse dietro al morello, e vi montò in groppa. La raggiunse, balzò giù dal suo esausto cavallo prima ancora che l’animale si fosse completamente fermato. Ed ebbe un attimo di esitazione, non sapendo come lei l’avrebbe accolto, con gioia o con rabbia. Ma Elheanor scoppiò a ridere e gli buttò le braccia al collo, e lui fece lo stesso con lei, stringendola a sé finché lei non gettò indietro i lisci capelli neri e la testa e lo guardò. Era questa la seconda volta che lui la vedeva piangere.

[da: “La porta di Ivrel”]

.\ Roberto Srelz

Tuija
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Dicembre 25, 2020 - 11:20 pm

“Ebbene”, esclamò Komul’jon, lisciandosi i bassi. “Sei stato pagato bene. E io sono stanco di aspettare”. I suoi occhi erano gelidi, e le sue mani strette sulla lancia.

“Va bene”, disse Rumawerdu, intuendo che il tempo a sua disposizione, se non avesse risposto subito, sarebbe finito. “Ve lo racconterò. Siccome qualcuno di voi non sa della zattera, comincerò proprio dall’inizio. E ricordate bene che io vi racconto di quello che ho sentito, e non di cose che ho visto; ma non ho nessuna ragione per credere che quelli che mi hanno parlato di queste cose dicessero bugie”, incominciò. “Ad ogni modo, la scorsa primavera, e faceva ancora freddo, tre barcaioli stavano risalendo il fiume Lhun ad ovest di qui quando lungo la corrente incontrarono una grande zattera, grande come una casa, che scendeva molto velocemente. I tre poveri barcaioli dovettero abbandonare tutto e saltare nel fiume per raggiungere la riva, altrimenti sarebbero stati travolti. Imprecarono e maledirono la gente che guidava la zattera; ma, guardando meglio, si resero conto che non c’era nessun uomo su di essa, ma solo disordine e rottami”. Rumawerdu fece una pausa, e sorseggiò la tisana calda, stingendo le mani attorno alla coppa in modo da scaldare anch’esse. “I barcaioli non si lasciarono sfuggire l’occasione, e furono veloci. Rincorsero la zattera che scendeva lungo il fiume, e salirono a bordo; con molta fatica alla fine la portarono a riva e l’assicurarono agli alberi con delle funi per poter guardare meglio. Al centro della zattera c’era il corpo di un uomo morto, vestito come un re e avvolto da un ricco lenzuolo. I barcaioli avevano incontrato una zattera funebre! E tutt’attorno al corpo dell’uomo c’erano i tesori della sua casa. Stretta alla vita l’uomo portava una bella cintura con la fibbia d’oro, e aveva un pugnale incantato che poteva uccidere al solo tocco! I barcaioli mi dissero che sulla zattera c’erano almeno cento libbre d’avorio, e molti oggetti d’oro e d’argento che erano lavorati in maniera molto bella, mentre il resto era avorio grezzo”.

“Te lo stai inventando adesso?” lo interruppe bruscamente Komul’jon. “Non mi piace questo tuo tono, e come facevano a sapere che quel pugnale ammazzava solo al tocco? L’hanno provato?”

“Non lo so, Komul’jon. Come ti ho detto ti racconto di cose che ho sentito e non visto, ma ti porto le stesse parole che usarono loro. I barcaioli mi dissero che quella doveva essere stata la zattera funebre di uno dei re del Lossadan; i Lossoth sono gente che vive su, nel lontano nord, dove ci sono neve e ghiaccio tutto l’anno. Ho sentito tanti racconti su di loro e sulle loro strane usanze, ma non ne ho mai visto uno. Ad ogni modo, i barcaioli si dissero: ‘Dove sta il motivo di sprecare tanto avorio? I nordici hanno onorato il loro re e lo hanno mandato giù lungo il fiume con il suo tesoro. Cosa gli interessa adesso della fine che fa la sua ricchezza?’. Così si presero tutto. Ebbero bisogno di due interi giorni per scaricare la zattera e portar via tutto il tesoro. Dopo aver finito, rimisero la zattera nel fiume e la lasciarono continuare il suo viaggio lungo la corrente; non volevano essere meschini o mancare di rispetto al vecchio re, impedendogli di trovare il suo riposo. E, quando gli dei ti mandano dal cielo una simile fortuna, devi prenderla a piene mani, non importa come!”

“Dove sono adesso l’avorio ed il tesoro?” chiese Komul’jon, ancora poco convinto.

“Beh, ho sentito due altre storie su questo, ma non so dirvi quale di queste sia vera. Magari nessuna delle due, magari entrambe, forse un po’ dell’una un po’ dell’altra se capite quello che intendo. Il primo che mi ha raccontato la storia ha detto che i barcaioli hanno nascosto l’avorio da qualche parte nella foresta lungo il corso del Lhun. Non volevano venderlo tutto subito o tenerlo in un posto solo, perché avrebbe attirato ladri e banditi. Pensavano di prenderne un po’ alla volta, e di vivere il resto della loro vita tranquilli. Così ho sentito la storia la prima volta; ma un secondo viaggiatore me ne ha raccontata una differente. Ha detto che i barcaioli nascosero il tesoro nella foresta, ma scesero poi a sud per cercare altri dei loro compagni che potessero aiutarli senza però dire esattamente dove si trovava. Sulla strada che li portava di nuovo a nord furono attaccati da una banda di orchetti, e quando il combattimento fu finito quelli che sapevano la strada erano tutti morti. Gli altri cercarono per un po’ attorno al fiume, ma non trovarono niente. Chi mi raccontò la storia disse che il tesoro del re era forse maledetto, e che nessuno lo ritroverà; e che comunque se qualcuno dovesse trovarlo, sarà meglio che tenga gli occhi bene aperti! Però, da come la vedo io, sia vera una storia o sia vera l’altra c’è una fortuna in avorio che è venuta da nord, che si è fermata nella foresta e che aspetta solo di essere presa!”

“Il tesoro maledetto, nella storia, ci mancava”, disse sarcastico Komul’jon. “Comunque, quello che dici è interessante. Di questa storia la cosa che mi incuriosisce di più è il fatto che il tesoro del quale parlavano alla taverna fosse proprio su una zattera funebre dei Lossoth”. Fece un cenno a Lynn, e lei, servizievole, portò dell’altra tisana. “Quindi”, proseguì Komul’jon, “proveniente da nord. E siccome i conti tornano, non ti taglio la gola. Anche se penso che non esista alcun tesoro, credo che ci sia invece un fondo di verità, sul fatto che i barcaioli che avevano trovato questa zattera siano stati poi massacrati dagli orchetti. La nostra strada porta proprio a nord: avremo comunque bisogno di una guida che ci porti il più possibile avanti lungo il Lhun, e sapere qualche cosa di più su quei barcaioli potrebbe servirci. Quindi tu vieni con noi e ti pagherò nuovamente bene. Ma dobbiamo stare attenti a non destare sospetti in quei nani delle colline; sono molto diffidenti, e potrebbero essere un fastidio per noi”.

Anche Castamir, incuriosito, intervenne, dopo uno scambio d’occhiate con Yondo. “Non ho mai avuto nessun dubbio sul fatto che Komul’jon possa essere molto intelligente quando vuole, e in effetti lo dimostra”, disse. Komul’jon lo guardò con fastidio. “Ha capito benissimo che la storia del tesoro è più verità che fantasia: i nani erano molto interessati a essa, e ciò dimostra che avevano già notizie e che stavano cercando solo conferme. Vedremo domani come si comporteranno; se saranno già partiti, questo sarà una conferma in più e questa volta per noi, e credo che dovremo seguirli molto alla svelta. E anche un’altra cosa è molto interessante nel tuo racconto, Rumawerdu: il fatto che nella zattera del re Lossadan ci fossero anche oggetti d’oro e d’argento lavorati. La gente del nord non ha oro e argento, e non avendo questi metalli preziosi non può neanche saperli lavorare. Una zattera funebre nelle usanze dei Normanni che vivono nel Bosco Atro contiene i tesori che la persona che viene così… sepolta, possedeva in vita, proprio così come è usanza a Minas Tirith e fra la nostra gente. Si usa mettere nelle tombe ciò che apparteneva al morto. Quindi il re doveva possedere oggetti trovati da qualche parte, forse oggetti provenienti dall’Arthedain. Chissà che il povero re Lossadan non avesse davvero trovato la nave di Arvedui, e che la maledizione della famiglia reale non fosse piovuta su di lui”.

Tuija
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Dicembre 25, 2020 - 11:33 pm

Dal passo in cima al quale erano giunti, Avoc, Drùna e Aleveri guardarono verso il basso, verso le rovine di Mith Rimmon, che era stata fino a pochi anni prima una fervida cittadina montana. La loro guida, Lalon, un’uomo piuttosto anziano, disse loro: “Prima della guerra, qui era pieno di gente come voi. Ora ci sono solo i morti… quello che ne resta. I Valdacli non si sono fermati, non hanno eretto forti o bastioni; a loro non interessava. Il monte che cercate, quello che chiamate Menelcarca, è lassù”. Indicò loro una vetta altissima, le pendici della quale distavano ancora almeno tre o quattro giorni di marcia; sembrava coperta da nubi perenni, ed era impossibile intravvedere qualsiasi accenno di sentiero. L’uomo, comprendendo la natura dei loro sguardi, ora fissati sui ghiacciai eterni, disse ancora: “Non esistono sentieri per salire, e raccontano che sopra ci sia un luogo dove quelli della vostra razza andavano volando sul dorso di grandi rapaci: aquile o draghi. Certo è una leggenda, ed un modo per salire ci sarà; non so quale, comunque, e non m’interessa”. Tese la mano per essere pagato, strinse nel pugno il sacchetto di soldi che Drùna gli diede e poi se ne andò.

Scendendo, la prima cosa che i tre elfi incontrarono nel loro cammino fu la base di quello che doveva esser stato un grande obelisco, ora ridotto in frantumi semisepolti dalla neve. Il paesaggio era spettrale; man mano che si addentravano fra le case, difese da mura abbattute dalle macchine da guerra dei Valdacli che giacevano ora abbandonate al loro limitare, si sentivano invadere da una grande inquietudine. Diventò pian piano paura, accompagnata da angoscia quando trovarono i primi corpi, mummificati dal gelo. Solo femmine e bambini di elfi Fuinar, orribilmente massacrati dai Valdacli stessi e riversi a terra e contro le costruzioni in pose innaturali; i Valdacli avevano rimosso i loro morti, ma non si erano curati di seppellire gli elfi, e laddove la neve o le macerie non avevano protetto i cadaveri dai mangiatori di carogne e dai predatori solo parti di scheletri rosicchiati rimanevano. I cadaveri degli elfi maschi erano tutti in due stesse zone distinte, attorno al palazzo del governatore della città e vicino alle mura; evidentemente, in quei luoghi, lo scontro era stato più violento. In mezzo ai guerrieri di Ardor, moltissime carogne d’Orchetto, e decine e decine di scudi con l’orrendo fregio di Mordor. Aleveri, scossa da quanto vedeva e dalla sensazione di sconfitta, si fermò. 

“La nostra ricerca è destinata a fallire. La vita non è più in questo luogo; i Valdacli hanno distrutto ogni cosa… il Menelcarca rimane nascosto dalle sue nubi eterne, e Arduval non potrà incontrarci. La mano di Sauron è ancora lunga, e ci ha privati della vittoria quando ormai non poteva quasi più sfuggirci”. Si sedette sui gradini ghiacciati della casa del governatore, e scoppiò a piangere. “I desideri di Fuinur erano troppo ambiziosi”, disse Avoc. “Qui a Mith Rimmon, solo il governatore stesso, ed Earasse, la sua compagna, sapevano come raggiungere i sentieri segreti di Menelcarca. Earasse faceva parte dell’Ordine di Tesarath; lei organizzava, quando necessario ed assieme a poche altre sorelle, le carovane che salivano, e le guidava personalmente. Di solito, erano composte da portatori condotti qui dalle paludi di Geshaan, ragazzi ed uomini giovani. Essi venivano poi sacrificati, per rendere omaggio a Melkor e per impedire che il loro seme malato si diffondesse. In questo modo, il segreto era mantenuto… ma questo segreto si ritorce ora contro noi stessi… il Padre Celeste ci è avverso”.

Era il primo giorno d’inverno dell’anno 3001, nella Terza Era del Mondo: la guerra fra gli elfi di Ardor e i Valdacli del sud sarebbe presto giunta alla fine. I desideri di Cambragol erano stati che Aleveri accompagnasse Avoc e Drùna sino al villaggio montano di Ecslo, abitato da uomini, dal quale i due da soli avrebbero poi raggiunto Mith Rimmon, la cittadina militare sorta già da molti secoli a difesa del Menelcarca. Ricevute però a Ecslo da Ysya, una giovanissima dei Sindar della sorellanza sfuggita per un soffio alla persecuzione, notizie che Rimmon, investita in primavera da una terribile offensiva dei Valdacli tesa a trovare e distruggere il Menelcarca stesso, non esisteva più, Aleveri aveva deciso di accompagnarli per aiutarli nella ricerca, disobbedendo così a Cambragol stesso. Congedatisi da Cambragol e da Fidia, Avoc, Aleveri e Drùna si erano messi in viaggio per portare a termine la missione a loro affidata. Caranthir ed Earid li avevano accompagnati fino al Koros, ed effettivamente nessuno dei due aveva detto più loro una parola, così come avevano promesso. L’ultima otte prima della separazione, però, quando ormai erano molto vicini a Korlan e gli altri riposavano, Caranthir aveva svegliato Drùna e, sottovoce, le aveva parlato ancora una volta. “Entrambi stiamo per affrontare una prova molto difficile, Drùna”, così le aveva detto, “e non è certo che ci sia per noi un futuro. Quando sarai vicina ad Arduval, non potrai comportarti come hai fatto con me; io volevo soltanto darti un’assaggio di quelli che potrebbero essere i tuoi prossimi giorni. Fai molta attenzione a non compiere atti come il gettare nel fuoco il liquore della Regina, o il rispondere offensivamente; non te li perdonerebbero. Senza rancore, Drùna; mi avevano chiesto di metterti alla prova, e quello che ho fatto ha confermato i miei sospetti: sarà difficile per te uscire viva da Menelcarca… almeno quanto lo sarà per me tornare dal Miredor”. Poi, senza dir altro, si erano amati ancora per un’ultima una volta.

Tuija
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Dicembre 25, 2020 - 11:50 pm

Compresero subito che quella ricevuta era stata una chiamata importante. I porti nascosti di Mirisgroth, essa stessa completamente avvolta nella nebbia e introvabile senza l’ausilio dei Collari di Ardor, erano pieni di imbarcazioni, sia elfiche che Kirane e Adena e addirittura Numenoreane. La casa di Cambragol era protetta da qualsiasi intrusione, sia con le armi ed erano almeno cinquecento i Guardiani impegnati nell’opera di sorvegliarne ogni lato, che con la magia grazie a rune e simboli di protezione di svariate forme e colori, che testimoniavano lo sforzo delle sorelle di Tesarath e degli alchimisti elfi di rendere quell’incontro sicuro. In tutti i corridoi di Mirisgroth erano stati stesi i tappeti rossi, verdi ed oro, sventolavano gli stendardi con l’Ottagono di Ardor ed erano schierate altre guardie d’onore; gli ufficiali Noldor erano pronti a esaudire qualsiasi richiesta degli ospiti, essi stessi una moltitudine composta da almeno mille Eldar e cinquemila delle razze umane bianche e meticce, con esclusione dei soli Mumàkan, non degni.

Cambragol, abbigliato semplicemente con una camicia rossa aperta sul petto che lasciava vedere il Collare e dei larghi pantaloni neri, con al fianco una stupenda spada lunga appesa alla cintura senza fodero, iniziò a parlare nell’immenso salone centrale proprio mentre le Tesarath accendevano l’Ottava Candela della Sera. Al suo fianco erano, con immensa sorpresa di tutti e particolarmente di Avoc e Drùna che li credevano in quel momento ad Hathor, Val Gaark, Araphor e Seregul; accanto a lui c’era una donna, un’umana dalla pelle chiara, sufficientemente bella da poter non sfigurare fra gli elfi e vestita anche lei di una semplice tunica nera. Dietro a loro facevano ala decine e decine di Tesarath.

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