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        <title>Esaedro - Tutti i Forum</title>
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        <description><![CDATA[Social Community del Gioco di ruolo e Studio del gioco]]></description>
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                    <title>Tuija in Le Cronache di Ostelar: Arakhon ritorna a casa (attorno agli anni Sessanta della Quarta Era, nelle regioni meridionali dei Valdali)</title>
                    <link>https://esaedro.it/forum/terra-di-mezzo/le-cronache-di-ostelar-arakhon-ritorna-a-casa-attorno-agli-anni-sessanta-della-quarta-era-nelle-regioni-meridionali-dei-valdali/#p5835</link>
                    <category>Terra Di Mezzo</category>
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					                        <description><![CDATA[<p>“Oh, sì”, pensò Nimarië mentre saliva rapida la gradinata di marmo che l’avrebbe portata al vialetto d’ingresso di Inziladun, la casa della famiglia Eshe. “Oh, sì, è tutto perfettamente chiaro”. Le capitava, quando era nervosa, di parlare come se si stesse rivolgendo a Drano, suo fratello: era morto in mare diverso anni fa, quando lei ancora stava diventando grande, ma Nimarië lo ricordava bene, e le mancava sempre tanto. “Arakhon, così com’era, non serviva a nessuno”, disse al suo interlocutore immaginario. “Una volta mandato a Same, era fuori dalla portata del potere, e non poteva più prender parte a nessuno dei giochi di Ostelar. Non avrebbe più potuto prender parte a nessuna guerra, né parlare nell’interesse di Arvenië o per puro amore di giustizia. E Arvenië non poteva esporsi: da quando in qua il lupo osa farsi vedere debole per proteggere l’agnello? Di conseguenza, ci voleva qualcosa di eccezionale per riportarlo a casa, ed ecco che si è verificato”. Sbuffò. “Certo che nessuno avrebbe pensato che Arvenië potesse farsi accoltellare dal suo amante: una punizione divina, forse la morte… questo mondo non è un mondo per i buoni. No. Ed eccolo qua, è tornato. Lui non si ricorda di me, non mi ha riconosciuta. Ero ancora bambina, ma io… ecco, un discorso più o meno del genere. Ecco quello che gli farò”.</p>
<p>Non sapeva, però, se le sue parole avrebbero avuto effetto su Arakhon. Si sorprese nel rendersi conto di aver percorso buona pare della via accarezzando il pugnale con la mano, e si spaventò, ritraendola subito: odiava il sangue e la violenza. Mentre spingeva il cancelletto di ferro battuto, allontanò ogni emozione. “Sarò gentile”, pensò, cercando di rilassarsi e scacciando i ricordi tranne una specie di piacere animalesco che stava provando da quando l’aveva rivisto, nato dal pensiero di potergli finalmente dire del fatto suo. Quando tutto era successo, anni prima, e Arakhon l’aveva fatta donna, sua madre Alaniel l’aveva scongiurata di non dir nulla a nessuno e di comune accordo con suo padre l’avevano mandata via, a Puntarossa, una tenuta sul Mispir dove gli Eshe coltivavano mele e ortaggi in quantità sufficiente a riempire ogni autunno un piccolo magazzino dal quale rifornivano poi Ostelar. Eshe Far, la madre di Arakhon, aveva generosamente ricompensato il silenzio donando ai suoi una casetta e una partecipazione ai profitti della tenuta. Figli per fortuna non ce n'erano stati. E da quel momento l’avevano messa a lavorare, e aveva avuto sempre troppo da fare per poter pensare alla sua casa di Ostelar e ad Arakhon. E poi era diventata grande, e quando era tornata a Ostelar, Eshe Far era già morta e sepolta e Arakhon se n’era già andato; Arvenië, quella strana ragazza nata coi capelli grigi che aveva avuto la sfortuna di avere Arakhon come fratello, e che sapeva tutto di quello che lui le aveva fatto, l’aveva presa in simpatia e le aveva chiesto di studiare la calligrafia e l’adunaico commerciale delle Colonie per poter curare la segreteria della casa. E adesso, Arakhon era tornato. E non l’aveva neppure riconosciuta!</p>
<p>Si fece strada nella luce sempre più scarsa del crepuscolo; qui non c’erano pelosi marinai seminudi, doganieri idioti o soldati di Valandor vestiti di nero e rosso. La Via Nobiliare che portava alle Case Alte, in mezzo alle quali stava Inziladun, era sempre deserta. La burrasca stava arrivando con lentezza: la pioggia batteva però già forte, e il cielo della notte era tutto coperto. Ormai era sulla terrazza di Inziladun, quasi alla porta di casa; dall’alto della terrazza, si scorgeva il mare, e Nimarië vide una iole arrancare verso il molo più grande, proveniente da una nave ormeggiata poco più in là. Si sfilò la grande chiave che teneva appesa al collo con una catenella, e la fece girare nella toppa del portone, spingendolo, entrando e richiudendo con grande sollievo; buttò subito via lo scialle ormai zuppo e gli stivali, dirigendosi a piedi scalzi in cucina. Eshe Far aveva chiamato degli ingegneri dal Dar per disegnare la sua casa e sotto il pavimento scorreva l’acqua, proveniente da una caldaia che i servitori spegnevano solo d’estate; il tepore che il cotto irradiava era magnifico, confortevole più di qualsiasi altra cosa al mondo. Si accarezzò i capelli bagnati, pregustando il piacere della vasca che l’attendeva.</p>
<p>“Le cose sono andate un po’ storte, vero?”<br />
Nimarië sobbalzò. Sentire la voce di Tari alle sue spalle non la sorprese più di tanto, non la spaventò: più di ogni altra cosa era stanca, però, e non avrebbe avuto voglia di far rapporto proprio ora. “Non mi dire”, sbuffò, voltandosi. Tari era la segretaria speciale di Arvenië: andava e veniva a suo piacimento, e la sua parola, a Inziladun, come importanza contava quanto quella della padrona; oltre a Tari e Nimarië stessa la casa degli Eshe ospitava in quel momento solo un paio di vecchi servitori, una governante, una servetta, un gatto e uno strano filosofo di nome Artagora, che Arvenië trovava divertente. Faidan viveva invece nella parte bassa di Ostelar, e Dubrel al porto. Era stata Tari a congegnare il rientro di Arakhon; nonostante fosse di fatto la seconda persona più importante della famiglia, però, Nimarië l’aveva sempre trattata da pari, e si sarebbe potuto dire che questo avesse favorito la nascita di una specie d’amicizia. “Non mi ha neppure riconosciuta”.<br />
Tari sorrise. “Non me ne meraviglio. Sei cambiata, Nimarië; lui, neanche tanto, ed è via da diverso tempo. Se ti aspettavi si ricordasse di te…”<br />
“No, no, niente affatto”, rispose Nimarië, mentendo. “Ma cosa facciamo, adesso? Abbiamo seguito le tue istruzioni ed è al sicuro, a casa di Armenion: Faidan si occuperà delle sue altre necessità domani mattina. Nessuno sa ancora che è tornato a Ostelar. Ma, voglio dire: non può rimanere là per sempre, lui è Arakhon e quindi se riuscirà a starsene tranquillo mezza giornata sarà già un successo. Vorrà vedere Arvenië. E a parte la faccenda del come presentare pubblicamente il suo ritorno, se Arvenië dovesse morire lui sarebbe capace di tirar su una tempesta tale da farci colare tutte a picco. Che facciamo, che facciamo?”<br />
“Sua Maestà ha qualche idea?” chiese Tari, sarcastica.<br />
“No, naturalmente. Mi hai chiesto di accoglierlo per evitargli rischi e… no, di idee non ne ho neanche una. E sono abbastanza agitata. In casa non abbiamo neanche un uomo che possa difenderci: solo quattro vecchietti, uno scemo e un ragazzino. Se Arvenië dovesse morire… dovremmo chiedere protezione al Consiglio!”<br />
“Inutile, in questa situazione” rispose Tari. “Ma sono contenta che tu sia qui, e mi fa anche piacere che tu sia ancora innamorata di Arakhon. Perché ho un piano”.<br />
“Eh?” Nimarië restò a guardarla impalata, a bocca aperta. “Non sono innamorata di Arakhon. Che piano? Posso chiedere di che cosa si tratta? Mi hai innervosita ancora di più”.<br />
“Vai a dormire, e domani mattina torna nelle vicinanze della casa di Armenion. Non potrò muovermi da qui, perché Arvenië avrà bisogno delle sue medicazioni e il chirurgo verrà presto. Ma tu vestiti da sguattera…”<br />
“Grazie”, disse Nimarië. “Ne sentivo il bisogno”.<br />
“… e, appena Arakhon esce”, proseguì Tari senza curarsi dell’espressione della giovane, “fai in modo di avvicinarti a lui, fatti riconoscere. Il tempo dovrebbe migliorare, dopo l’alba, e allora le onde si calmeranno e la gente scenderà verso i mercati. Porta Arakhon sul fronte del porto, e andate alla locanda con l’albero incoronato, quella dove vanno di solito i soldati della Guardia Bassa. Lì troverai Tanadas: ti ricordi di lui?”<br />
“Il barbone? Il sergente che accompagna spesso Arvenië? Sì, certamente. Che gli devo dire?”<br />
“Ci penserà lui. Ha quaranta uomini dalla sua parte, decisamente dei duri. Ed è fedele ad Arvenië”. </p>
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					                    <pubDate>Sat, 02 Jan 2021 22:13:32 +0100</pubDate>
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                    <title>Tuija in Le Cronache di Ostelar: Arakhon ritorna a casa (attorno agli anni Sessanta della Quarta Era, nelle regioni meridionali dei Valdali)</title>
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                    <category>Terra Di Mezzo</category>
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					                        <description><![CDATA[<p>Come Faidan aveva predetto, oltrepassarono la dogana dopo qualche chiacchiera e nessuna difficoltà. All’arsenale avevano fatto davvero un bel lavoro: i barili e il carico erano autentici, e così i documenti di trasporto, il tutto corredato da una spiegazione del servitore Dubrel sul come mai Arakhon, ovvero il signor Vedui, venendo dalla lontana Parga non parlasse neanche una parola di adunaico. I doganieri di Ostelar sarebbero stati di norma più attenti e scrupolosi, e una scusa così banale non sarebbe bastata; il momento era stato però scelto in maniera perfetta, e complici il freddo, la voglia di andarsene a casa visto che le porte della città si stavano chiudendo nonché la notorietà dei commerci della famiglia Eshe con l’est, sempre puntuali e regolari nel versamento delle tasse, fecero sì che i due ometti con la berretta di lana floscia non degnassero neppure di uno sguardo Arakhon, invitandoli a passare rapidamente oltre. Faidan li aveva preceduti dentro le mura, salutandoli con un cenno e affidando Arakhon stesso a Dubrel e a Nimarië, magicamente ricomparsa: si sarebbero visti, così disse, a Inziladun. Per il momento la destinazione di Arakhon era un’abitazione sul fronte del porto, ancora un cambiamento rispetto a quanto lui si era aspettato, e tutti quei cambiamenti lo infastidivano. Durante l’ultima guerra, Valandor Hamina, ora signore di tutti i Valdali, era stato piuttosto duro con Ostelar: non soltanto si era portato via gran parte dei tesori delle ville, ora in parte restituiti per espressa volontà di Gondor, e aveva venduto i chiostri più belli adiacenti alle passeggiate sul mare a manigoldi e tagliagole, ma i suoi soldati avevano anche fracassato senza ragione tutte le vetrate con gli stemmi araldici delle famiglie mercantili, sostituite ora da assi di legno, e divelto dalle mura i marmi bianchi e le pietre decorative. In questo momento particolare della vita della città, c’era anche qualche vantaggio: trovare un alloggio dove nessuno ficcasse il naso era diventato più facile. Nimarië si era avviata con decisione sul lato interno delle mura del porto ma verso il basso, verso la costa, scegliendo i punti in cui dalle lanterne che illuminavano i camminamenti arrivava meno luce. Arrivarono a una fila di porte, che oltrepassarono l’una dopo l’altra facendo scomparire in Arakhon la speranza di potersi finalmente togliere gli stivali e scaldarsi i piedi davanti a un fuoco, e magari metter sotto i denti qualcosa. Improvvisamente, però, la donna si fermò, fece quattro passi indietro e, preso un batacchio, diede due colpi vigorosi su una delle porte appena passate, la soglia di un’abitazione assolutamente anonima. L’uomo che aprì era molto anziano, e portava delle ciabatte e addosso un mantello di velluto verde, completamente rovinato: la sua faccia aveva perduto qualsiasi distinzione, ed esprimeva solo scontentezza, eppure nonostante questo Arakhon non riuscì a trattenere un moto di sorpresa nel riconoscere il vecchio capitano. “Armenion?”, esclamò.</p>
<p>Il vecchio fissò Arakhon con una totale assenza di interesse, mentre Nimarië gli si avvicinava e scartabellando fra vari documenti che teneva nelle tasche della sua sopraveste estraeva un rotolo anch’esso chiuso dal nastro verde degli Eshe, sicuramente una lettera. Armenion, quello era davvero il nome del vecchio, allungò una mano per palparle il seno ma lei lo respinse e si mise a gridargli contro, buttandogli il rotolo in faccia e andandosene via. La preziosa lettera, o quello che era, prese la via col vento, inseguita da un disperato Dubrel che stava facendo di tutto per impedire che finisse oltre le mura e in mare, e per un po’ Arakhon e Armenion rimasero a guardarsi tutti e due in piedi. “Magnifico carattere”, disse poi il vecchio, “la donna calda si comporta così. Bene, accomodatevi dentro, Arakhon, e versatevi un bicchierino di grappa per voi e uno per me. I dottori non mi lasciano bere che acqua, capite: le occasioni come questa sono rare”. Si voltò poi verso l’interno, facendo cenno ad Arakhon di entrare e chiudendo la porta in faccia a Dubrel, che rimase fuori; Arakhon non osò intercedere in favore del giovane, e si accomodò su una delle due sedie a dondolo accanto al camino. Finalmente al caldo.</p>
<p>“Pensavo”, disse Arakhon dopo che i bicchieri vuotati furono diventati quattro e dopo che Dubrel, al quinto o sesto tentativo di bussare, se n’era definitivamente andato, “che foste morto, finito a picco con la vostra Tiobel alla battaglia del Mar Carminio. Vi vedo invece in salute”.</p>
<p>“La salute non esiste, da vecchi”, commentò Armenion. “A che servirebbe? Diciamo che mi muovo poco, da quando il mio ponte è diventato il pavimento di questa stamberga. Voi invece vi siete mosso parecchio, e devo dire la verità, anche a me fa piacere rivedervi, Arakhon. Non è mai troppo tardi”.</p>
<p>Arakhon aveva ormai perfettamente compreso la situazione. Il momento, per la sua famiglia, non doveva essere dei migliori, se Arvenië ricorreva ai pochi, vecchi amici fidati. E Armenion non era farina del sacco di Tari o di qualcun altro della servitù: Arvenië era ancora viva, e sulla lettera che il vecchio neppure aveva guardato c’era certamente il suo sigillo. “Dov’è Arvenië, Armenion?”</p>
<p>“A casa vostra”, rispose il vecchio. “Non posso dirvi di più. Potrete rientrare a Ostelar ufficialmente, e con tutte le scuse del caso, fra qualche giorno, non appena una certa faccenda con il giudice Muzabar sarà stata sistemata. Per il momento è meglio se state qui, mentre si sbrigano le carte. Nimarië è una brava ragazza, è molto fedele a vostra sorella: era già venuta da me ieri. Sapete, Arakhon, vado ogni tanto verso la punta, per comprare il burro che arriva da Same; ero là una quindicina di giorni fa e ho sentito il vostro nome, parlavano di voi. Sembra che siate diventato famoso e rispettato, e non abbiate ancora imparato a tenere le braghe addosso. Bravo. Bisogna fare l’uomo fin che si può, potrete fare il castrato da morto. Vorrei non aver perso tante occasioni in passato; quando vedo fiorellini come Nimarië mi viene da piangere”.</p>
<p>“Come ha fatto Arvenië a ottenere il perdono?” chiese Arakhon, ancora più stupito.</p>
<p>“Non si è trattato di lei”, rispose il vecchio capitano. “Anche se sa di tutto questo, Arvenië è ancora più di là, con i piedi nel laghetto delle ninfe, che di qua: mi dispiace, Arakhon, ma non la troverete in salute. È stata Paraphion, la vostra fidanzata, a ottenere il perdono per voi. Ormai possiamo dire moglie. Il giorno in cui hanno mezzo ammazzato vostra sorella si è precipitata nella sala del Consiglio e di fronte a Valandor si è messa a urlare e a dire che tenervi lontano era indegno e vergognoso. Una splendida donna, Paraphion. Suo padre, il giudice Fuindil, ha fatto il resto”.</p>
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					                    <pubDate>Sat, 26 Dec 2020 23:37:43 +0100</pubDate>
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				                <item>
                    <title>Tuija in L'ancella della regina (primavera dell'anno 80, Ardinaak)</title>
                    <link>https://esaedro.it/forum/terra-di-mezzo/lancella-della-regina-primavera-dellanno-80-ardinaak/#p5833</link>
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					                        <description><![CDATA[<p>Compresero subito che quella ricevuta era stata una chiamata importante. I porti nascosti di Mirisgroth, essa stessa completamente avvolta nella nebbia e introvabile senza l’ausilio dei Collari di Ardor, erano pieni di imbarcazioni, sia elfiche che Kirane e Adena e addirittura Numenoreane. La casa di Cambragol era protetta da qualsiasi intrusione, sia con le armi ed erano almeno cinquecento i Guardiani impegnati nell’opera di sorvegliarne ogni lato, che con la magia grazie a rune e simboli di protezione di svariate forme e colori, che testimoniavano lo sforzo delle sorelle di Tesarath e degli alchimisti elfi di rendere quell'incontro sicuro. In tutti i corridoi di Mirisgroth erano stati stesi i tappeti rossi, verdi ed oro, sventolavano gli stendardi con l’Ottagono di Ardor ed erano schierate altre guardie d’onore; gli ufficiali Noldor erano pronti a esaudire qualsiasi richiesta degli ospiti, essi stessi una moltitudine composta da almeno mille Eldar e cinquemila delle razze umane bianche e meticce, con esclusione dei soli Mumàkan, non degni.</p>
<p>Cambragol, abbigliato semplicemente con una camicia rossa aperta sul petto che lasciava vedere il Collare e dei larghi pantaloni neri, con al fianco una stupenda spada lunga appesa alla cintura senza fodero, iniziò a parlare nell’immenso salone centrale proprio mentre le Tesarath accendevano l’Ottava Candela della Sera. Al suo fianco erano, con immensa sorpresa di tutti e particolarmente di Avoc e Drùna che li credevano in quel momento ad Hathor, Val Gaark, Araphor e Seregul; accanto a lui c'era una donna, un’umana dalla pelle chiara, sufficientemente bella da poter non sfigurare fra gli elfi e vestita anche lei di una semplice tunica nera. Dietro a loro facevano ala decine e decine di Tesarath.</p>
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					                    <pubDate>Fri, 25 Dec 2020 23:50:58 +0100</pubDate>
                </item>
				                <item>
                    <title>Tuija in L'ancella della regina (primavera dell'anno 80, Ardinaak)</title>
                    <link>https://esaedro.it/forum/terra-di-mezzo/lancella-della-regina-primavera-dellanno-80-ardinaak/#p5832</link>
                    <category>Terra Di Mezzo</category>
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					                        <description><![CDATA[<p>Dal passo in cima al quale erano giunti, Avoc, Drùna e Aleveri guardarono verso il basso, verso le rovine di Mith Rimmon, che era stata fino a pochi anni prima una fervida cittadina montana. La loro guida, Lalon, un’uomo piuttosto anziano, disse loro: "Prima della guerra, qui era pieno di gente come voi. Ora ci sono solo i morti... quello che ne resta. I Valdacli non si sono fermati, non hanno eretto forti o bastioni; a loro non interessava. Il monte che cercate, quello che chiamate Menelcarca, è lassù". Indicò loro una vetta altissima, le pendici della quale distavano ancora almeno tre o quattro giorni di marcia; sembrava coperta da nubi perenni, ed era impossibile intravvedere qualsiasi accenno di sentiero. L’uomo, comprendendo la natura dei loro sguardi, ora fissati sui ghiacciai eterni, disse ancora: "Non esistono sentieri per salire, e raccontano che sopra ci sia un luogo dove quelli della vostra razza andavano volando sul dorso di grandi rapaci: aquile o draghi. Certo è una leggenda, ed un modo per salire ci sarà; non so quale, comunque, e non m'interessa". Tese la mano per essere pagato, strinse nel pugno il sacchetto di soldi che Drùna gli diede e poi se ne andò.</p>
<p>Scendendo, la prima cosa che i tre elfi incontrarono nel loro cammino fu la base di quello che doveva esser stato un grande obelisco, ora ridotto in frantumi semisepolti dalla neve. Il paesaggio era spettrale; man mano che si addentravano fra le case, difese da mura abbattute dalle macchine da guerra dei Valdacli che giacevano ora abbandonate al loro limitare, si sentivano invadere da una grande inquietudine. Diventò pian piano paura, accompagnata da angoscia quando trovarono i primi corpi, mummificati dal gelo. Solo femmine e bambini di elfi Fuinar, orribilmente massacrati dai Valdacli stessi e riversi a terra e contro le costruzioni in pose innaturali; i Valdacli avevano rimosso i loro morti, ma non si erano curati di seppellire gli elfi, e laddove la neve o le macerie non avevano protetto i cadaveri dai mangiatori di carogne e dai predatori solo parti di scheletri rosicchiati rimanevano. I cadaveri degli elfi maschi erano tutti in due stesse zone distinte, attorno al palazzo del governatore della città e vicino alle mura; evidentemente, in quei luoghi, lo scontro era stato più violento. In mezzo ai guerrieri di Ardor, moltissime carogne d’Orchetto, e decine e decine di scudi con l’orrendo fregio di Mordor. Aleveri, scossa da quanto vedeva e dalla sensazione di sconfitta, si fermò. </p>
<p>"La nostra ricerca è destinata a fallire. La vita non è più in questo luogo; i Valdacli hanno distrutto ogni cosa... il Menelcarca rimane nascosto dalle sue nubi eterne, e Arduval non potrà incontrarci. La mano di Sauron è ancora lunga, e ci ha privati della vittoria quando ormai non poteva quasi più sfuggirci". Si sedette sui gradini ghiacciati della casa del governatore, e scoppiò a piangere. "I desideri di Fuinur erano troppo ambiziosi", disse Avoc. "Qui a Mith Rimmon, solo il governatore stesso, ed Earasse, la sua compagna, sapevano come raggiungere i sentieri segreti di Menelcarca. Earasse faceva parte dell’Ordine di Tesarath; lei organizzava, quando necessario ed assieme a poche altre sorelle, le carovane che salivano, e le guidava personalmente. Di solito, erano composte da portatori condotti qui dalle paludi di Geshaan, ragazzi ed uomini giovani. Essi venivano poi sacrificati, per rendere omaggio a Melkor e per impedire che il loro seme malato si diffondesse. In questo modo, il segreto era mantenuto... ma questo segreto si ritorce ora contro noi stessi... il Padre Celeste ci è avverso".</p>
<p>Era il primo giorno d'inverno dell'anno 3001, nella Terza Era del Mondo: la guerra fra gli elfi di Ardor e i Valdacli del sud sarebbe presto giunta alla fine. I desideri di Cambragol erano stati che Aleveri accompagnasse Avoc e Drùna sino al villaggio montano di Ecslo, abitato da uomini, dal quale i due da soli avrebbero poi raggiunto Mith Rimmon, la cittadina militare sorta già da molti secoli a difesa del Menelcarca. Ricevute però a Ecslo da Ysya, una giovanissima dei Sindar della sorellanza sfuggita per un soffio alla persecuzione, notizie che Rimmon, investita in primavera da una terribile offensiva dei Valdacli tesa a trovare e distruggere il Menelcarca stesso, non esisteva più, Aleveri aveva deciso di accompagnarli per aiutarli nella ricerca, disobbedendo così a Cambragol stesso. Congedatisi da Cambragol e da Fidia, Avoc, Aleveri e Drùna si erano messi in viaggio per portare a termine la missione a loro affidata. Caranthir ed Earid li avevano accompagnati fino al Koros, ed effettivamente nessuno dei due aveva detto più loro una parola, così come avevano promesso. L'ultima otte prima della separazione, però, quando ormai erano molto vicini a Korlan e gli altri riposavano, Caranthir aveva svegliato Drùna e, sottovoce, le aveva parlato ancora una volta. "Entrambi stiamo per affrontare una prova molto difficile, Drùna", così le aveva detto, "e non è certo che ci sia per noi un futuro. Quando sarai vicina ad Arduval, non potrai comportarti come hai fatto con me; io volevo soltanto darti un’assaggio di quelli che potrebbero essere i tuoi prossimi giorni. Fai molta attenzione a non compiere atti come il gettare nel fuoco il liquore della Regina, o il rispondere offensivamente; non te li perdonerebbero. Senza rancore, Drùna; mi avevano chiesto di metterti alla prova, e quello che ho fatto ha confermato i miei sospetti: sarà difficile per te uscire viva da Menelcarca... almeno quanto lo sarà per me tornare dal Miredor”. Poi, senza dir altro, si erano amati ancora per un'ultima una volta.</p>
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					                    <pubDate>Fri, 25 Dec 2020 23:33:10 +0100</pubDate>
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                    <title>Tuija in L'ancella della regina (primavera dell'anno 80, Ardinaak)</title>
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                    <category>Terra Di Mezzo</category>
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					                        <description><![CDATA[<p>"Ebbene", esclamò Komul’jon, lisciandosi i bassi. "Sei stato pagato bene. E io sono stanco di aspettare". I suoi occhi erano gelidi, e le sue mani strette sulla lancia.</p>
<p>"Va bene", disse Rumawerdu, intuendo che il tempo a sua disposizione, se non avesse risposto subito, sarebbe finito. "Ve lo racconterò. Siccome qualcuno di voi non sa della zattera, comincerò proprio dall’inizio. E ricordate bene che io vi racconto di quello che ho sentito, e non di cose che ho visto; ma non ho nessuna ragione per credere che quelli che mi hanno parlato di queste cose dicessero bugie", incominciò. "Ad ogni modo, la scorsa primavera, e faceva ancora freddo, tre barcaioli stavano risalendo il fiume Lhun ad ovest di qui quando lungo la corrente incontrarono una grande zattera, grande come una casa, che scendeva molto velocemente. I tre poveri barcaioli dovettero abbandonare tutto e saltare nel fiume per raggiungere la riva, altrimenti sarebbero stati travolti. Imprecarono e maledirono la gente che guidava la zattera; ma, guardando meglio, si resero conto che non c’era nessun uomo su di essa, ma solo disordine e rottami". Rumawerdu fece una pausa, e sorseggiò la tisana calda, stingendo le mani attorno alla coppa in modo da scaldare anch'esse. "I barcaioli non si lasciarono sfuggire l’occasione, e furono veloci. Rincorsero la zattera che scendeva lungo il fiume, e salirono a bordo; con molta fatica alla fine la portarono a riva e l’assicurarono agli alberi con delle funi per poter guardare meglio. Al centro della zattera c’era il corpo di un uomo morto, vestito come un re e avvolto da un ricco lenzuolo. I barcaioli avevano incontrato una zattera funebre! E tutt’attorno al corpo dell’uomo c’erano i tesori della sua casa. Stretta alla vita l’uomo portava una bella cintura con la fibbia d’oro, e aveva un pugnale incantato che poteva uccidere al solo tocco! I barcaioli mi dissero che sulla zattera c’erano almeno cento libbre d’avorio, e molti oggetti d’oro e d’argento che erano lavorati in maniera molto bella, mentre il resto era avorio grezzo".</p>
<p>"Te lo stai inventando adesso?" lo interruppe bruscamente Komul’jon. "Non mi piace questo tuo tono, e come facevano a sapere che quel pugnale ammazzava solo al tocco? L'hanno provato?"</p>
<p>"Non lo so, Komul’jon. Come ti ho detto ti racconto di cose che ho sentito e non visto, ma ti porto le stesse parole che usarono loro. I barcaioli mi dissero che quella doveva essere stata la zattera funebre di uno dei re del Lossadan; i Lossoth sono gente che vive su, nel lontano nord, dove ci sono neve e ghiaccio tutto l’anno. Ho sentito tanti racconti su di loro e sulle loro strane usanze, ma non ne ho mai visto uno. Ad ogni modo, i barcaioli si dissero: 'Dove sta il motivo di sprecare tanto avorio? I nordici hanno onorato il loro re e lo hanno mandato giù lungo il fiume con il suo tesoro. Cosa gli interessa adesso della fine che fa la sua ricchezza?'. Così si presero tutto. Ebbero bisogno di due interi giorni per scaricare la zattera e portar via tutto il tesoro. Dopo aver finito, rimisero la zattera nel fiume e la lasciarono continuare il suo viaggio lungo la corrente; non volevano essere meschini o mancare di rispetto al vecchio re, impedendogli di trovare il suo riposo. E, quando gli dei ti mandano dal cielo una simile fortuna, devi prenderla a piene mani, non importa come!"</p>
<p>"Dove sono adesso l’avorio ed il tesoro?" chiese Komul’jon, ancora poco convinto.</p>
<p>"Beh, ho sentito due altre storie su questo, ma non so dirvi quale di queste sia vera. Magari nessuna delle due, magari entrambe, forse un po’ dell’una un po’ dell’altra se capite quello che intendo. Il primo che mi ha raccontato la storia ha detto che i barcaioli hanno nascosto l’avorio da qualche parte nella foresta lungo il corso del Lhun. Non volevano venderlo tutto subito o tenerlo in un posto solo, perché avrebbe attirato ladri e banditi. Pensavano di prenderne un po’ alla volta, e di vivere il resto della loro vita tranquilli. Così ho sentito la storia la prima volta; ma un secondo viaggiatore me ne ha raccontata una differente. Ha detto che i barcaioli nascosero il tesoro nella foresta, ma scesero poi a sud per cercare altri dei loro compagni che potessero aiutarli senza però dire esattamente dove si trovava. Sulla strada che li portava di nuovo a nord furono attaccati da una banda di orchetti, e quando il combattimento fu finito quelli che sapevano la strada erano tutti morti. Gli altri cercarono per un po’ attorno al fiume, ma non trovarono niente. Chi mi raccontò la storia disse che il tesoro del re era forse maledetto, e che nessuno lo ritroverà; e che comunque se qualcuno dovesse trovarlo, sarà meglio che tenga gli occhi bene aperti! Però, da come la vedo io, sia vera una storia o sia vera l’altra c’è una fortuna in avorio che è venuta da nord, che si è fermata nella foresta e che aspetta solo di essere presa!”</p>
<p>"Il tesoro maledetto, nella storia, ci mancava", disse sarcastico Komul’jon. "Comunque, quello che dici è interessante. Di questa storia la cosa che mi incuriosisce di più è il fatto che il tesoro del quale parlavano alla taverna fosse proprio su una zattera funebre dei Lossoth". Fece un cenno a Lynn, e lei, servizievole, portò dell'altra tisana. "Quindi", proseguì Komul’jon, "proveniente da nord. E siccome i conti tornano, non ti taglio la gola. Anche se penso che non esista alcun tesoro, credo che ci sia invece un fondo di verità, sul fatto che i barcaioli che avevano trovato questa zattera siano stati poi massacrati dagli orchetti. La nostra strada porta proprio a nord: avremo comunque bisogno di una guida che ci porti il più possibile avanti lungo il Lhun, e sapere qualche cosa di più su quei barcaioli potrebbe servirci. Quindi tu vieni con noi e ti pagherò nuovamente bene. Ma dobbiamo stare attenti a non destare sospetti in quei nani delle colline; sono molto diffidenti, e potrebbero essere un fastidio per noi".</p>
<p>Anche Castamir, incuriosito, intervenne, dopo uno scambio d'occhiate con Yondo. "Non ho mai avuto nessun dubbio sul fatto che Komul’jon possa essere molto intelligente quando vuole, e in effetti lo dimostra", disse. Komul’jon lo guardò con fastidio. "Ha capito benissimo che la storia del tesoro è più verità che fantasia: i nani erano molto interessati a essa, e ciò dimostra che avevano già notizie e che stavano cercando solo conferme. Vedremo domani come si comporteranno; se saranno già partiti, questo sarà una conferma in più e questa volta per noi, e credo che dovremo seguirli molto alla svelta. E anche un'altra cosa è molto interessante nel tuo racconto, Rumawerdu: il fatto che nella zattera del re Lossadan ci fossero anche oggetti d’oro e d’argento lavorati. La gente del nord non ha oro e argento, e non avendo questi metalli preziosi non può neanche saperli lavorare. Una zattera funebre nelle usanze dei Normanni che vivono nel Bosco Atro contiene i tesori che la persona che viene così... sepolta, possedeva in vita, proprio così come è usanza a Minas Tirith e fra la nostra gente. Si usa mettere nelle tombe ciò che apparteneva al morto. Quindi il re doveva possedere oggetti trovati da qualche parte, forse oggetti provenienti dall’Arthedain. Chissà che il povero re Lossadan non avesse davvero trovato la nave di Arvedui, e che la maledizione della famiglia reale non fosse piovuta su di lui".</p>
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					                    <pubDate>Fri, 25 Dec 2020 23:20:46 +0100</pubDate>
                </item>
				                <item>
                    <title>Tuija in Interludio: Manator (attorno agli anni Settanta della Terza Era, Terra di Mezzo meridionale)</title>
                    <link>https://esaedro.it/forum/terra-di-mezzo/interludio-manator-attorno-agli-anni-settanta-della-terza-era-terra-di-mezzo-meridionale/#p5830</link>
                    <category>Terra Di Mezzo</category>
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					                        <description><![CDATA[<p><em>Yavanna Nòreheri Cementàri</em><br />
<em>I marimmè Harnanòressé</em><br />
<em>Maquetimé almarelya hostalemmanna</em><br />
<em>Lava men nòlé pantalen halda valasselya</em><br />
<em>A nestalen i harwi nòréo</em><br />
<em>A entultalen coiré erumin</em></p>
<p><em>Irmo Lòriendeher Olorion Fèantur</em><br />
<em>I sinomè hostammé, maquetimmè almarelya</em><br />
<em>Lava men cenié pella ambar sina,</em><br />
<em>Hlarié pella sùri vercé ar lammar aicalamnion</em><br />
<em>An, ve nòri ontalemmo</em><br />
<em>I Ninquinori haryar Ainulindallo</em><br />
<em>Yamen Iluvatàr tàné Arda yàré Valain</em></p>
<p><em>Yavanna, Signora della terra, Regina della Terra,</em><br />
<em>Noi che viviamo nella terra ferita</em><br />
<em>Chiediamo la tua benedizione sulla nostra raccolta.</em><br />
<em>Dacci la sapienza per aprire il potere che è nascosto</em><br />
<em>Per curare le ferite della terra</em><br />
<em>E riportare la vita nei luoghi deserti.</em></p>
<p><em>Irmo, Signore di Lorien, Maestro delle Visioni,</em><br />
<em>Chiediamo che la tua benedizione qui si raccolga</em><br />
<em>Dacci la visione oltre questo mondo</em><br />
<em>E concedici di sentire oltre i fieri venti e le grida delle bestie</em><br />
<em>Perché così come le terre dove siamo nati,</em><br />
<em>Così sono queste terre bianche racchiuse nella Musica</em><br />
<em>Con la quale Ilùvatar rivelò Arda ai Poteri del passato.</em></p>
<p> </p>
<p>La cavità, davanti a loro, apparve come una fessura piena di neve: stretta e lunga, e invisibile da distante. Era stata nuovamente aperta, dopo millenni, dal cataclisma che si era abbattuto sulla fortezza di Amon Sul; in passato, il suo ingresso era stato celato in una delle segrete. Si narrava che la cavità fosse tanto estesa da raggiungere i passaggi delle Profondità Inferiori, e che arcate di pietra sostenessero la volta ormai coperta da montagne di detriti. Fino ad allora, nessuno era mai sceso così in basso, e la verità non era conosciuta da nessuno. La discesa di Fuinur richiese coraggio e forza d’animo: il buio era fitto, e la visione spettrale. Per la prima parte, però, non fu particolarmente difficile. Scoprirono, addentrandosi, che la base della fenditura era separata dall’ingresso delle Profondità Inferiori da sole cinque braccia di ghiaccio e pietre piccole; muoversi là in mezzo era comunque rischioso, rocce e macigni erano sostenuti solo dal ghiaccio, non erano stabili e avrebbero potuto cadere e schiacciare l’esploratore imprudente. Aprire una via sicura in ogni caso avrebbe voluto dire lavorare per mesi, e non avevano a disposizione tutto quel tempo. Quello che non sapevano era che il crollo di parte della fenditura e l’isolamento delle Profondità Inferiori dalla superficie della terra aveva salvato Colle Vento dalle maligne creature che vivevano là sotto; e che riaprire la cavità sarebbe stato, alla fine, un azzardo.</p>
]]></description>
					                    <pubDate>Fri, 25 Dec 2020 23:03:04 +0100</pubDate>
                </item>
				                <item>
                    <title>Tuija in Interludio: Manator (attorno agli anni Settanta della Terza Era, Terra di Mezzo meridionale)</title>
                    <link>https://esaedro.it/forum/terra-di-mezzo/interludio-manator-attorno-agli-anni-settanta-della-terza-era-terra-di-mezzo-meridionale/#p5829</link>
                    <category>Terra Di Mezzo</category>
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					                        <description><![CDATA[<p><em>Si Elhiri caeda dirgon mén</em><br />
<em>Delu-Ulair nuithant guil dìn</em><br />
<em>Si anno ane ìdh a hìdh</em><br />
<em>Na drenarchad en Ambaron</em></p>
<p><em>Qui riposa la nostra signora Elhiri</em><br />
<em>La sua vita troncata dal maligno Ulair</em><br />
<em>Qui lasciate che ella trovi riposo e pace</em><br />
<em>Sino a quando il Mondo non sarà finito</em></p>
<p>E Fuinur, il SenzaMorte, con queste parole incise col magico scalpello nelle rune di Angerthas, ch'erano d'uso nel Doriath, sigillò per sempre la tomba della sua amata. E la circondò con un limpido, profondo lago che sorse dove prima c’era solo pietra, e vi pose a guardia incantesimi tali e terribili per i quali il Maligno e chiunque non fosse stato di cuore puro e che si fosse trovato a toccare l’acqua o a respirare l’eterno profumo di rosa sarebbe divenuto di ghiaccio, restando per sempre là imprigionato, sul fondo del lago, in terribile agonia. E fece di una roccia che stava ora a pochi passi dal lago una bianca torre, e la riservò per lui. Là, conclusa la sua missione, si sarebbe ritirato, così voleva allora fare; per sempre avrebbe guardato la sua perduta compagna, e per sempre l’avrebbe amata, sino a quando il Mondo non fosse giunto alla fine.</p>
<p>Poi, dopo un lungo silenzio, senza un sospiro e senza una lacrima si voltò; il cammino era ancora lungo. Il suo Nemico era ancora su questa terra, e le anime di coloro che, accecato dalla menzogna, aveva privato del bene pìù prezioso, della vita, esigevano vendetta. Passò accanto alla sua compagna di viaggio senza guardarla, e s’incamminò verso levante.</p>
<p>"Andiamo, Drùna", disse Fuinur rivolto alla guerriera che lo accompagnava. "Qualcuno mi chiama, da laggiù; qualcuno che quasi riconosco, che ho già incontrato in passato. È un richiamo subdolo, e nasce da un potere che non è più il mio. C’è pericolo da quella parte".</p>
<p>"Ma se sai che c’è pericolo, Fuinur", chiese la donna, "perché cercarlo deliberatamente? Oramai, viaggiamo così da mesi e mesi; imboscate, battaglie, tradimenti, in tutto ci siamo infilati, dritti e di proposito. Siamo rimasti in pochi, e portiamo i segni delle ferite e della stanchezza. Quale libertà ci può essere nella morte? È giusto rincorrerla in questa maniera?"</p>
<p>Fuinur si fermò, ma non guardò lo sparuto gruppo di fedeli che lo seguiva. Nelle parole di Drùna non c’erano astio e paura; esse erano un’espressione di verità. E le loro misere condizioni, la stanchezza e la fame che pativano, anch’esse erano verità, ed egli era così stanco da non riuscire quasi più a dar loro sollievo con la sua magia. Ma il cammino era ancora lungo. "Le tue sono parole sincere", rispose. "Non sono un pazzo, né sono incosciente. Ciò che abbiamo patito a Tol Thule ha rischiarato la mia vista, e so che la cosa più preziosa al mondo è la vita di ognuno di voi. Potrei semplicemente dire: ‘Io non vi obbligo a seguirmi’, e sarebbe la verità. Ma sarebbe troppo di comodo, rispondere così e basta".</p>
<p>Questa volta si voltò. Guardò Drùna, e Losp’Indel, e Karhunkasi, e Konihrabn, e per ultima Vanha. Losp’indel era l’unica rimasta, oltre a Drùna, del gruppo partito con lui dai Mithlond. Gli altri erano compagni di viaggio che aveva incontrato nel nord. Karhunkasi veniva, Konihrabn era, Vanha cercava. Gli ultimi e le ultime accanto accanto a lui.</p>
<p>[dalla Saga di Ardor, 1993]</p>
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					                    <pubDate>Fri, 25 Dec 2020 22:52:55 +0100</pubDate>
                </item>
				                <item>
                    <title>Tuija in Le Cronache di Ostelar: Arakhon ritorna a casa (attorno agli anni Sessanta della Quarta Era, nelle regioni meridionali dei Valdali)</title>
                    <link>https://esaedro.it/forum/terra-di-mezzo/le-cronache-di-ostelar-arakhon-ritorna-a-casa-attorno-agli-anni-sessanta-della-quarta-era-nelle-regioni-meridionali-dei-valdali/#p5828</link>
                    <category>Terra Di Mezzo</category>
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					                        <description><![CDATA[<p>Arakhon era seduto su uno sgabello malconcio nella dogana di Mindo Temal, a meno di mezz’ora di distanza dalla porta meridionale di Ostelar. Ascoltava le donne che cantavano al tramonto. Era nervoso, e non aveva cenato; Arvenië, sua sorella, stando all’ultima lettera che era arrivata all’ora di pranzo, stava ancora ondeggiando fra la vita e la morte distesa nel suo letto, come una zattera di giunchi alla foce del Mispir. Nulla si sapeva ancora di Ziminnath, l’uomo che l’aveva ridotta così. Si era volatilizzato. Avuta la notizia, Arakhon aveva preso immediatamente il mare e mandato all’aria tutti i suoi piani; si trovava ora, a causa dell’agitazione e della fame, in uno stato quasi di grazia. Tutto dimenticato: Cledda, Vaisala, la fortezza e gli avvenimenti di settimane prima. L’unico suo pensiero era Arvenië.</p>
<p>Nella dogana, i marinai e gli ufficiali erano pochi, e quei pochi, visto che il tutto era illuminato solo da un paio di candele, quasi non si vedevano in faccia e rimanevano intensamente impegnati a farsi gli affari loro. Gli altri che passavano per strada per la maggior parte erano donne di ritorno dal mercato, e siccome tutto era, quell'inverno, tranne che caldo, i loro mantelli facevano in modo che si confondessero con l’oscurità. Sostavano sulle porte a chiacchierare, e scambiavano qualche saluto con altre donne. ‘Molto bene’, aveva pensato Arakhon; quando Faidan fosse arrivata, scivolare via non visti sarebbe stato più semplice del previsto. Faidan, la montanara, era una delle segretarie di Arvenië, la più giovane: piccola, robusta, determinata. E fedele. Aveva iniziato a lavorare per la loro famiglia poco meno di un anno prima, quindi Arakhon non l’aveva mai incontrata di persona, ma la lettera di Tari, la governante di casa, l’aveva descritta molto bene, e lui pensava di essere abbastanza sicuro di essere in grado di non commettere scambi di persona. Faidan sarebbe arrivata subito dopo il canto della sera, assieme a uno dei marinai facenti funzione di inservienti della famiglia, portando sulla spalla destra un cesto di pesce per farsi riconoscere. L’ambasciatore Arakhon non era gradito a Ostelar, dov’era nato ma dove molte altre cose, oltre a quell’irrilevante particolare della nascita, erano poi accadute: rientrare ufficialmente a casa non gli era proibito, ma in questo momento poteva essere inopportuno, e di sicuro avrebbe compromesso l’efficacia delle indagini che si era ripromesso di fare. Nella lettera di Tari si diceva che Faidan l’avrebbero chiamato ‘signor Vedui’, e che la giovane, parlando, si sarebbe riferita al sole di primavera dei monti di Lammon, mentre per quanto riguardava il modo in cui Faidan stessa l’avrebbe riconosciuto Tari non era stata per niente chiara. Come al solito.</p>
<p>Un lembo della tenda di cuoio fu sollevato, e la porta si aprì, lasciando uscire parte del calore della stanza e facendo entrare due donne e uno spiffero di gelo. Una, piccolina, robusta nei muscoli e fiera, poteva assomigliare all’idea che Arakhon si era fatto di Faidan; l’altra era molto magra, troppo magra per i gusti dell’ambasciatore, eppure vestita nel modo giusto sarebbe potuta entrare ai balli della buona società e al fianco portava la spada corta coi serpenti marini degli Eshe. Anche se la guerra rimaneva prerogativa maschile, alle donne di Ostelar non era proibito portar la spada; era però insolito che lo facessero, e questo, oltre agli occhi taglienti della seconda venuta che contrastavano con l’espressione dolce di Faidan, diceva tutto, e più di ogni cosa aveva l’odore di Arvenië. La piccolina, appoggiata la cesta con il pesce che portava con sé, non si curò della presenza dei doganieri, né dello sguardo torvo dell’uomo enorme e sfregiato da una cicatrice che Arakhon era e che per lei rappresentava un’incognita; mentre l’altra si metteva vicino alla porta e scrutava fuori, la sua espressione si mutò in una di garbata cortesia. “Il signor Vedui, non è vero? Come sta, signore? Ci siamo conosciuti a Lammon, dove d’estate, in primavera, c’è sempre il sole, ma lei certamente non si ricorderà di me. Ho l’onore di conoscere sua sorella; l’ho vista, in effetti, poco prima di venire qui. Piace anche a voi il salmone di mare sotto sale, signore?”<br />
Arakhon rispose prontamente: “Moltissimo, signora. Purché abbia poca spina”.<br />
“Proprio così!” esclamò la giovane. “E nessuna di quelle senapi alla moda. Semplicità, ecco il punto. Mi chiamo Faidan”. La ragazza si avvicinò, e, abbassando la voce, disse di essere interamente al servizio della famiglia Eshe e di essere venuta per scortarlo in una casa sicura, dalla quale il giorno dopo avrebbe con più facilità potuto raggiungere Inziladun, la residenza dove si trovava Arvenië. “Per parte mia”, soggiunse, “ho un compito abbastanza ingrato: devo dirvi che la signora è ancora con noi, ma non è cosciente, e il medico non sa per quanto ancora potrà vivere. Le sue ferite sono molto gravi; alcune, permanenti”.<br />
“È vero che Arvenië mi ha trattato molto male”, rispose Arakhon, “ma desidero ancora vederla. Penso a Inziladun ogni volta che posso. Arvenië è un tiranno ma persino i più grandi dei re dei Valdali erano tiranni; l’amo ancora, e non credo proprio ci farà il favore di andarsene tanto presto. È l’unica donna in questo mondo, e per far questo ho sempre pensato che sia in realtà una mezza dea, alla quale io senta di dovere delle scuse. Portatemi da lei il prima che potete: se Arvenië vi ha prese al suo servizio, non dubito che voi possiate avere palle più dure di quelle degli stivatori del Malezaro”. Faidan, da lungo tempo, probabilmente aveva cessato di scandalizzarsi di fronte al linguaggio tipico del porto e quindi si limitò a sorridere, dicendo: “È un punto di vista, certo”. “Ma in ogni caso”, aggiunse l’altra, che non si era ancora presentata ad Arakhon, “è chiaramente nostro dovere spezzare le gambe ai nemici della signora Arvenië, e per riuscire bene in questo dobbiamo fare in modo che suo fratello arrivi sano e salvo a casa. Questo non è il luogo adatto per una riunione generale o per discorrere di filosofia: vi sarei quindi grata di un vostro cenno di voler alzare il sedere da quello sgabello. Dobbiamo andare, e presto; l’aria che arriva dal mare non mi piace”.</p>
<p>Arakhon, senza parole, fece per ribattere, ma in quel momento l’orologio di Ostelar batté le ore e ricordò a tutti che il momento della chiusura delle porte della città era vicino. Faidan si rimise in fretta la cesta sulle spalle, mentre l’altra sollevava di nuovo la tenda e usciva. Con lo sguardo, tenendo questa volta il lembo sollevato, Arakhon con lo sguardo la seguì mentre attraversava a passo rapido la piazza e scompariva lungo la strada ormai semideserta. “Andiamo”, disse Faidan, “Nimarië ci aprirà la strada e farà in modo che nessuno possa darci disturbo fin che non avremo attraversato le porte. Per parte vostra, voi siete un venditore di barili di sardine: sono sette lire e venti pesi ciascuno, il che non è poco, ricordatevelo quando ve lo chiederanno i doganieri di città. In totale ne portate ventotto, tutti per la famiglia Eshe; sono su un carro che troveremo pronto poco prima di arrivare, è già stato tutto predisposto”.<br />
“E dove li ho comprati?” chiese Arakhon.<br />
“Non sapete che quelli più buoni arrivano proprio da Same? Dovreste. Proprio come i vestiti che portate addosso. Conosco a memoria gli ordini di pagamento delle merci e il vostro carico è stato pagato la settimana scorsa”.<br />
“Capisco. Sono sicuro che abbiate ragione, si può fare”, rispose Arakhon sorridendo e tirandosi il cappuccio sopra la testa. Un terzo servitore degli Eshe, un ragazzo che gli venne introdotto come Dubrel, si era ora affiancato a loro e reggeva un lume. “Potreste lavorare per me. Siete molto brave”.<br />
“Grazie”, disse Faidan, “nessuna somma potrebbe convincermi a darvi il mio aiuto”. Arakhon rimase interdetto. “Fino a quando non avrete ereditato, s’intende, se mai accadrà” continuò la giovane. “Fino a quel momento, la nostra lealtà andrà ad Arvenië”. </p>
]]></description>
					                    <pubDate>Fri, 25 Dec 2020 21:12:53 +0100</pubDate>
                </item>
				                <item>
                    <title>Tuija in Il Cristallo Maggiore: storia di Morelen e Meroial, da Minas Tirith ad Iyxia (2993-3000 della Terza Era)</title>
                    <link>https://esaedro.it/forum/terra-di-mezzo/il-cristallo-maggiore-storia-di-morelen-e-meroial-da-minas-tirith-ad-iyxia-2993-3000-della-terza-era/#p5827</link>
                    <category>Terra Di Mezzo</category>
                    <guid isPermaLink="true">https://esaedro.it/forum/terra-di-mezzo/il-cristallo-maggiore-storia-di-morelen-e-meroial-da-minas-tirith-ad-iyxia-2993-3000-della-terza-era/#p5827</guid>
					                        <description><![CDATA[<p><strong>"Il Cristallo Maggiore"</strong>, la saga del Cristallo e di <strong>Morelen</strong>, la Stella Scura, fu la terza lunga campagna del gioco di ruolo della Terra di Mezzo nell'edizione inglese (Merp, <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Middle-earth_Role_Playing" rel="noopener" target="_blank">Middle Earth Role Playing</a>). Giocata in tre sedi dei Cavalieri dell'Esagono (in via Beccaria, in via Carducci e in distaccata in via San Francesco) a Trieste, iniziò alla fine del 1992 e si concluse nel 1997; fu un'esperienza di gioco intensa, complice l'età (al suo inizio, i giocatori avevano un'età compresa fra i sedici e i vent'anni) e il tempo libero che garantiva. I "cavalieri" dell'epoca si immersero nella magia della Terra di Mezzo vissuta con matita e foglio di carta quasi ogni pomeriggio fino a sera, senza dimenticare le discoteche e il pub di quartiere ma privilegiando la fantasia. La campagna esiste ancora in forma di appunti, non sempre coerenti fra loro; precisa è però la cronologia delle avventure, realizzato subito dopo la sua conclusione. Protagonisti indiscussi del Cristallo Maggiore furono <strong>Manator</strong>, che divenne Re di Ardor e venne chiamato poi Meroial ('amato dono'), e <strong>Fuinur</strong>, ribelle alla volontà della Regina Morelen, sposa di Manator e figlia di Ardana. Manator e Morelen morirono, lasciando sul trono di Ardor la figlia Ardaniel; Fuinur, prese le spoglie del potente signore elfico Morthaur, tradì però Ardaniel per salvaguardare le antiche tradizioni del regno, e così facendo causò la sua rovina. Attorno a Manator e Fuinur si mossero molti avventurieri e signori, troppi per poterli elencare: Corian, Ingwe, Earwen, Morfingol e molti, molti altri.</p>
<p><strong>Middle Earth Role Playing</strong>, classe 1982, arrivò a Trieste nel 1985 portato non da Nando Ferrari di Verona (che l'aveva a catalogo) ma da un viaggiatore d'oltreoceano, ed è stato ritenuto dagli esperti e dalle riviste del settore uno dei cinquanta giochi di ruolo più belli e popolari dalla nascita di questa forma di gioco a oggi: in classifica, secondo Arcane magazine, all'undicesimo posto. La popolarità fu certamente dovuta all'ambientazione nel mondo di Tolkien, unico gioco ad averlo esplorato in modo approfondito, descrivendo regioni e popoli della Terra di Mezzo che Tolkien stesso aveva solo abbozzato e poi lasciato intuire o aveva al massimo descritto nelle sue lettere; il sistema di gioco, però, pur non semplice per chi non aveva già fatto esperienza con altri giochi simili (come Rolemaster, sul quale era basato), non era però neppure troppo complicato e permetteva una simulazione molto realistica delle azioni dei personaggi riuscendo a trovare un perfetto punto d'unione fra la casualità portata dal tiro di dado e le capacità narrative del Gamemaster. Rovinavano un po' l'armonia le apparizioni di animisti e maghetti, dei quali un gioco di ruolo anni Ottanta del resto non avrebbe potuto fare a meno (Dungeons and Dragons era il Grande Fratello di tutti), ma che nel mondo di Tolkien proprio non trovavano posto. Oltre alla necessità, per un adolescente che desiderasse fare il Gamemaster, di imparare un regolamento come si è detto non semplice (cosa che aveva scoraggiato i più; la prima copia del gioco ad arrivare in città era stata quindi venduta e rivenduta, ed è sopravvissuta fino ad oggi), forse il secondo e ultimo problema di Middle Earth Role Playing era la scelta del periodo in cui ambientare la campagna: gran parte dei supplementi e dei suggerimenti dei creatori puntavano alla Seconda Era, che però era complessa e poco adatta a un'avventura che non fosse epica, per contro giocare al tempo di Sauron e della caduta di Monte Fato avrebbe voluto dire sapere già tutto (e i fan di Tolkien sono di solito poco disposti ad allontanarsi troppo dal racconto originale). A Trieste, dal 1986 al 2012 si finì per giocare un po' di tutto: Prima e Seconda Era, Guerra dell'Anello e Quarta Era, e non mancò nulla.</p>
<p> </p>
<p><strong>Il Cristallo Maggiore , storia di Morelen e Meroial, da Minas Tirith ad Iyxia, 2993-3000 della Terza Era)</strong></p>
<p><strong>Libro primo: La Figlia del Fulmine</strong></p>
<p>Capitolo Primo: Il Fiore Nero muore (Dol Guldur, settembre 2993)</p>
<p>Intermezzo: Sorenn, Ingwë e Dior incontrano Marian (Bosco Atro, ottobre 2993)</p>
<p>Capitolo Secondo: Il segreto nello specchio (Minas Tirith, settembre 2993)</p>
<p>Intermezzo: Maragast e XaThuul incontrano Voraug (settembre 2993)</p>
<p>Intermezzo: l'arrivo di Fuinur di Ardor (ottobre 2993) </p>
<p>Capitolo Terzo: Ancora una speranza (Bosco Atro, settembre 2993)</p>
<p>Intermezzo: Corian ritrova Sorenn ed Ingwë (novembre 2993)</p>
<p>Capitolo Quarto: La foglia cadente (Edoras, novembre 2993)</p>
<p>Capitolo Quinto: La Figlia del Fulmine (Lothlorien, novembre 2993)</p>
<p>Intermezzo: Fidia e Iferil incontrano Doril (novembre 2993)</p>
<p>Capitolo Sesto: "Ricorda Sempre" (Altopasso, dicembre 2993)</p>
<p>Capitolo Settimo: La Breccia di Rohan (Riddermark, dicembre 2993)</p>
<p>Intermezzo: i Giovani Leoni (Tharbad, gennaio 2994)</p>
<p>Capitolo Ottavo: Il Cristallo Maggiore (Esgaroth sul Lago Lungo, ottobre 2993)</p>
<p>Intermezzo: Corian e Sorenn incontrano Sarum (ottobre 2993)</p>
<p>Capitolo Nono: Imladris (Imladris, gennaio 2994)</p>
<p>Intermezzo: Morelen, la Stella Scura (gennaio 2994)</p>
<p>Capitolo Decimo: Il Drago Grigio (Oiohelka nel nord, gennaio 2994)</p>
<p>Capitolo Undicesimo: Verso i Colli Ferrosi (Terre Selvagge, marzo 2994)</p>
<p>Intermezzo: Sorenn e Ingwë si separano (Terre Selvagge, marzo 2994)</p>
<p> </p>
<p><strong>Libro secondo: Un sogno dentro a un sogno</strong></p>
<p>Capitolo Primo: La visione lontana (Lothlorien, marzo 2994)</p>
<p>Intermezzo: Corian a colloquio con Galadriel (Lothlorien, marzo 2994)</p>
<p>Intermezzo: Fuinur, Manator ed altri avvenimenti (Lothlorien, marzo 2994)</p>
<p>Intermezzo: Morelen avverte il potere di Ardana (Lothlorien, marzo 2994)</p>
<p>Il Lai di Elhiri e Voraug: I due valorosi cadono combattendo contro i Nazgûl</p>
<p>Capitolo Secondo: La Via della Fiamma e dell'Acqua (Terre Brune, marzo 2994)</p>
<p>Capitolo Terzo: Maledizione d'Amore (Dol Guldur, marzo 2994)</p>
<p>Intermezzo: abitatori del Profondo (Dol Guldur, marzo 2994)</p>
<p>Intermezzo: strano ritorno di Sorenn (Dol Guldur, aprile 2994)</p>
<p>Intermezzo: la nascita di Ardaniel (Bosco Atro, maggio 2994)</p>
<p>Capitolo Quarto: errore imperdonabile (Terre Sagath, giugno 2994)</p>
<p>Intermezzo: Caidu e Jamui (Terre Sagath, giugno 2994)</p>
<p>Intermezzo: Ingwë fugge rubando il Compasso (Terre Sagath, giugno 2994)</p>
<p>Intermezzo: molte decisioni (Terre Sagath, luglio 2994)</p>
<p>Capitolo Quinto: Il Leone e la Stella Scura (Suza Sumar, settembre 2994)</p>
<p>Intermezzo: Naaman Fayel (Bozisha-Dar, ottobre 2994)</p>
<p>Intermezzo: Il ritrovamento dello Specchio di Fuoco (Grande Deserto, novembre 2994)</p>
<p>Capitolo Sesto: Meroial ed Estel (Ardinaak nella Corte di Ardor, dicembre 2994)</p>
<p>Intermezzo: Fuinur prepara un tradimento (Ardinaak nella Corte di Ardor, dicembre 2994)</p>
<p> </p>
<p><strong>Libro Terzo: I Giullari del Re</strong></p>
<p>Capitolo Primo: I Giullari del Re (Ardinaak nella Corte di Ardor, dicembre 2995)</p>
<p>Intermezzo: Il Quarto Concilio di Ardor (Ardinaak nella Corte di Ardor, dicembre 2995)</p>
<p>Intermezzo: "Fedeltà a chi regna nel nome di Melkor" (Ardinaak nella Corte di Ardor, gennaio 2996)</p>
<p>Intermezzo: Serindë e la morte di Ulrith (Ardinaak nella Corte di Ardor, gennaio 2996)</p>
<p>Intermezzo: Torlië Eireann (Ardinaak nella Corte di Ardor, gennaio 2996)</p>
<p>Capitolo Secondo: Sacrificio di sangue (Grande Harad, febbraio 2996)</p>
<p>Intermezzo: Numénion e Sargil lasciano Ardor (Baia di Koros, febbraio 2996)</p>
<p>Intermezzo: Yulë e Nimloth (Korlan nel sud della Terra di Mezzo, febbraio 2996)</p>
<p>Capitolo Terzo: L'isola delle Maree (Iyxia, marzo 2996)</p>
<p>Intermezzo: la Nona Onda (Iyxia, marzo 2996)</p>
<p>Intermezzo: Methestel (Iyxia, marzo 2996)</p>
<p>Capitolo Quarto: Seon di Velleme (Velleme nel sud della Terra di Mezzo, aprile 2996)</p>
<p>Intermezzo: molte separazioni (aprile 2996)</p>
<p>Intermezzo: Ingwë rivede Ardana (Vurn Kye, aprile 2996)</p>
<p>Intermezzo: Metra e Artagora, Viva Viva l’Ambasciatore (Hathor nel sud della Terra di Mezzo, aprile 2996)</p>
<p>Capitolo Quinto: Geshaan (Geshaan vicino ad Ardor, maggio 2996)</p>
<p>Intermezzo: "Nothing's Forgotten" (Geshaan vicino ad Ardor, maggio 2996)</p>
<p>Intermezzo: l'addio di Morelen (Geshaan vicino ad Ardor, maggio 2996)</p>
<p>Intermezzo: Aldor, "Regola Prima, non fidarti delle donne" (Hathor, giugno 2996)</p>
<p>Capitolo Sesto: Un re senza corona (Ardinaak, luglio 2996)</p>
<p>Intermezzo: la rivolta contro Morthaur (Ardinaak, luglio 2996)</p>
<p>Intermezzo, Nimloth Elhiri: le vicende di Numénion e dei suoi compagni (Ardinaak, settembre 2994)</p>
<p>Intermezzo: la figlia di Yestarë (Ardinaak, novembre 2995)</p>
<p>Intermezzo: Lothiriel (Ardinaak, gennaio 2996)</p>
<p>Ysim, Narvinyë e lo Specchio: nuove vicende in Ardor (Ardinaak, marzo 2997)</p>
<p>L'Erede di Isildur e le Otto Sorelle: il progetto di un viaggio (Ardinaak, maggio 2997)</p>
<p>Il primo giorno dell'anno: la ribellione di Fuinur (Ardinaak, dicembre 2999)</p>
<p>Intermezzo: fratricidio nella casa di Ardana (Ardinaak, dicembre 2999)</p>
<p>Intermezzo: Quarto d’Eclisse, le decisioni di Ysim (Ardinaak, dicembre 2999)</p>
<p>Intermezzo: Mezza Eclisse, Morthaur ritorna (Ardinaak, dicembre 2999)</p>
<p>Intermezzo: Corian, ovvero la Dicotomia del Telaio (Menelcarca, gennaio 3000)</p>
<p>Eclissi Totale: Distorsioni nella trama del Telaio del Tempo</p>
<p>Strano Interludio: la fine della Saga del Cristallo Ardor Gennaio 3000</p>
<p> </p>
<p>Della sorte di Ardaniel, figlia di Manator e Morelen, nulla poi si seppe di preciso: fu vista cadere, pugnalata, per mano del Valdaclo Seregul, eppure altri avventurieri raccontarono di una figura spettrale incapace di morire che, nella Quarta Era del Mondo e dopo la caduta di Sauron, si aggirava fra le rovine di quella che era stata la maestosa cittadella di Ardinaak, capitale della Corte di Ardor e sua casa. Di Fuinur, che nei primi anni della Quarta Era aveva ripreso il trono di Ardor stessa, si racconta che morì distrutto dal suo stesso potere nello scontro con una strega orientale giunta fino a lui assieme ad Arakhon, Principe del Drago. Forse, però, è una leggenda, perché Fuinur aveva ormai attinto alle profonde radici del potere eterno di Melkor, e a volte, quando questo accade, neppure la morte può morire. E può essere che, infine, Ardaniel e Fuinur, Ultimi di Ardor, nelle profondità si ricongiunsero.</p>
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					                    <pubDate>Fri, 18 Dec 2020 22:20:11 +0100</pubDate>
                </item>
				                <item>
                    <title>Tiercullus in Le Cronache di Ostelar: da Same a Ostelar, da Ostelar al Dàr e al lontano Est della Terra di Mezzo</title>
                    <link>https://esaedro.it/forum/terra-di-mezzo/le-cronache-di-ostelar-da-same-a-ostelar-da-ostelar-al-dar-e-al-lontano-est-della-terra-di-mezzo/#p5825</link>
                    <category>Terra Di Mezzo</category>
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					                        <description><![CDATA[<p><a href="https://esaedro.it/immagini/cronache-di-ostelar" rel="noopener" target="_blank">La galleria</a></p>
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					                    <pubDate>Mon, 30 Nov 2020 00:28:44 +0100</pubDate>
                </item>
				                <item>
                    <title>Tiercullus in Interludio: Arakhon, Principe e Imperatore (da qualche parte fra le montagne desertiche del Dàr, dopo l'anno 200 della Quarta Era)</title>
                    <link>https://esaedro.it/forum/terra-di-mezzo/interludio-arakhon-principe-e-imperatore-da-qualche-parte-fra-le-montagne-desertiche-del-dar-dopo-lanno-200-della-quarta-era/#p5824</link>
                    <category>Terra Di Mezzo</category>
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					                        <description><![CDATA[<p>Arcil guardò a lungo il dipinto, in silenzio. Rappresentava l'interno di una casa che lei non aveva mai visitato; il volto quasi bianco della figura femminile, nel ritratto ad olio, risaltava in modo netto, marcato, sullo sfondo ambrato e sugli abiti verdi nei quali l'artista l'aveva immaginata. I suoi occhi erano così tristi; così disperati, che Arcil provò un sentimento simile al dolore. Suo marito si sedeva spesso di fronte a quel quadro, incapace di dimenticarla.</p>
<p>"È la sorella?" chiese Nòlimon.</p>
<p>L'anziana Arcil non sembrò sorpresa dall'affermazione del giovanissimo ambasciatore di Gondor. "Eccone un altro", pensò: "ingenuo, sincero, pieno di coraggio. Impudente. Quanti come lui, sono già venuti". Incredibilmente, Arcil sorrise, cosa che era solita fare molto raramente, solo quando era in preda a forti emozioni, e mosse lievemente la testa in un cenno affermativo. Nòlimon fissò di nuovo il quadro, e disse ancora:</p>
<p>"Era di una bellezza strana. E l'artista ha avuto una mano meravigliosa, nel ritrarla. È così... affascinante".</p>
<p>"Quel quadro è mio, Nòlimon Lúnieyö", disse Arcil. Nòlimon rimase sorpreso. "Lo dipinsi quand'ero ancora giovane, attingendo ai miei ricordi. Era qualcosa che le dovevo... glielo dovevo, per averla odiata, e per aver così tanto maledetto il suo nome. E lo dovevo ad Arakhon, perché lei era morta per colpa mia. Ha più di cent'anni, quella tela: vengo spesso ad ammirarla, e non sono capace... non riesco, nel ricordo di quello che successe dopo, a trattenere le lacrime".</p>
<p>L'ambasciatore si voltò di scatto, e rimase senza parole. Aveva avvertito, nella voce della principessa Arcil, un'incrinatura. Sapeva che stava soffrendo per gli anni, e per ferite dell'animo mai rimarginate; eppure, veder lacrime mute scivolare su quel viso scavato dalle rughe lo turbò moltissimo. Arcil riprese a parlare solo dopo qualche tempo; si asciugò gli occhi con un fazzoletto di seta dai vivaci colori, e si avvicinò ad un tavolinetto, dal quale prese una sottile bottiglia d'un cristallo colorato di smeraldo.</p>
<p>"Gradisce un liquore d'erbe, Nòlimon? Dodici erbe. Non è troppo amaro".</p>
<p>Nòlimon prese il bicchiere, e seguì Arcil in un gesto di saluto al quadro: un brindisi ad Arvenié, secondogenita degli Eshe. sorella di Arakhon. Morta a Ostelar, tanto tempo prima, per difendere la libertà. Senza più dir nulla, sorseggiarono assieme quel liquore, guardandosi, cercando di indovinare l'uno le espressioni dell'altro, pensando al loro primo incontro e a quando Nólimon aveva per la prima volta parlato ad Arcil dell'amicizia del suo regno, dei progetti del re di Gondor, del futuro dei figli di Numenor. "Prima che un'altra guerra distrugga di nuovo ogni cosa, anche la speranza", aveva detto Arcil; ma Nólimon non si era scoraggiato, e l'aveva conquistata con il suo sorriso. Tornarono, piano, nel grande salotto: Arakhon, a poco a poco, vinto dalla fatica delle emozioni e della giornata, era scivolato nel sonno; Arcil gli tolse di mano il bicchiere, e si piegò verso di lui per ascoltare il suo respiro. Già molte volte aveva creduto che stesse male, che fosse giunto il momento della sua morte. Lileath, la loro domestica, la trattenne dolcemente per una spalla, fermandola.</p>
<p>"Lasciate che dorma. È stanco, povero padrone; oggi si sono destati in lui ricordi crudeli". </p>
<p>"Vi assicuro", disse Nólimon, preoccupato, "che non era mia intenzione". Ero solo curioso, per quel dipinto, per le leggende che avevo udito su Arvenié di Ostelar, sui draghi. Mio padre, a Gondor, mi parlò di lei".</p>
<p>"Ricordo anch'io vostro padre, ambasciatore; un ricordo sbiadito, ma sufficientemente chiaro da permettermi di riconoscere nel vostro volto i suoi lineamenti. Ero ancora una ragazza, quando lo vidi per l'ultima volta".</p>
<p>Lileath, porgendole lo scialle per la notte, si inchinò, e li lasciò soli, congedandosi. Arcil si sedette accanto ad Arakhon, ormai profondamente addormentato; sospirò, cercando la forza di parlare, e poi narrò al giovane ambasciatore cose accadute così tanti anni prima, che non avrebbe mai potuto dimenticare. Mentre parlava, a tratti anche la sua voce s'incrinava, e sembrava che stesse per piangere, ma sempre riusciva a riprendere il filo, e a continuare.</p>
<p>"Voi chiedete di cosa accadde, dopo la visita di Elessar Telcontar e la fine della guerra a Oriente. Ebbene, Nólimon, devo raccontarvi di nostro figlio. Arakhon era così felice, così orgoglioso di lui, tanto da essersi scordato della maledizione, forse, perché gli anni passavano, e tutto stava andando bene. Eravamo persino... riusciti ad amarci, per così dire: che strano destino. Io, e Arakhon, fra tutti gli uomini e le donne del mondo. Me l'avesse detto Mandos venuto apposta sulla terra per parlare con me, non ci avrei creduto". Arcil sorrise; Nólimon si avvicinò, e l'aiutò a sistemarsi lo scialle sulle spalle e sulle gambe. "Nostro figlio, Nólimon, l'unica cosa che era stata capace di unire Arakhon e me nonostante tutto, venne meno in una brutta notte d'estate. La tempesta era stata sempre accolta con gioia dalla mia famiglia, perché portava sempre liete novelle; nella pioggia la vittoria su Ardor era giunta, alla luce dei fulmini io stessa ero nata, accompagnata dai tuoni e dal vento Arakhon mi era stato restituito dopo aver sfidato la trama del Tempo. Non prendete le mie parole per quelle di una pazza, Nólimon: sono vecchia, ma riesco ancora a riconoscere certi sguardi, e l'ultima cosa che dovete provare è pietà per me. Soprattutto perché non la merito. Vi erano cose, qui a sud, che nessuno a Gondor conosceva, e Arakhon era veramente andato e venuto da un mondo e da un tempo a noi lontani, alla ricerca della verità. Arakhon mi raccontò solo molto tempo dopo questi particolari, quando diventammo davvero compagni e iniziò a fidarsi di me".</p>
<p>Arcil chiuse gli occhi, stanca; ora parlava sottovoce. Nólimon prese uno sgabello, e si avvicinò di più a lei.</p>
<p>"Quella volta, vi dicevo", riprese Arcil, "la tempesta fu invece beffarda, e anziché portare la vita ce la sottrasse, e nostro figlio non si svegliò più. Era stato ferito mentre combatteva per noi; eravamo lontani da casa, e le febbri l'avevano colto, ma nessuno credeva che la sua vita fosse in pericolo, temevamo solo per la sua sposa, Lothlò, perché anche lei era stata toccata dalle armi del nemico e le sue ferite erano profonde, infette. Eppure fu lui a morire. Furono le urla della giovane a svegliare gli scudieri: impazzita, chiamava chi non sarebbe tornato, gridava, piangeva abbracciata a lui. Rimase così per due giorni: la notizia ci aveva raggiunti e nell'angoscia ci eravamo precipitati, ma non riuscivamo a staccarla dal suo corpo, le sue mani erano bianche per lo sforzo ed il suo petto sobbalzava impazzito, e non lasciava che la allontanassimo dal suo sposo ormai freddo. Tememmo di perdere anche lei: aveva preso del laudano, e forse nella sua mente ancora lo vedeva e cercava di raggiungerlo. Arakhon vide tutto, rimase impietrito dal dolore per la perdita di nostro figlio, si mosse solo quando Hekaton, l'amico più caro, lo prese dolcemente e lo condusse con lui mentre Lothlò ancora gridava. Il vento abbatté poi le imposte mentre io cercavo di farla rinsavire, piangendo e urlando a mia volta, e un'ultimo fulmine squarciò le nubi ed illuminò la stanza; lei mormorò ancora una volta il suo nome, poi portò le mani al petto come se le mancasse il fiato e piombò nell'incoscienza e nelle febbri della follia. Non si riprese mai più. E per quanto mi riguarda...  non so che cosa mi salvò, Nólimon; avevo giurato che ogni attimo della mia esistenza sarebbe stato eterno amore per mio figlio, ed ero convinta che si, diversamente non avrebbe potuto esser stato. Eppure, dopo che l'ebbero avvolto nel sudario, non provai più niente. Sapevo che non avrei mai più avuto figli, perché la nascita di Nólimon... la nascita di Nólimon aveva chiesto troppo al mio corpo. Non avrei imposto la mia presenza ad Arakhon: volevo lasciarlo libero, anche di avere altri figli, e così ebbi la tentazione di uccidermi. Ma non lo feci. Nostro figlio fu sepolto in quel paese straniero, lontano dalla sua città, e secondo l'usanza degli uomini dell'est, perché per altro non c'era tempo. Non sarebbe stato possibile condurlo a Ostelar: eravamo troppo distanti. Così in poco tempo avevamo perso Laidec, Sparviero, e tanti altri amici; ora perdevamo la nostra luce. Lothlò si riprese lentamente, tanto lentamente da farci pensare che non volesse più la vita, e io la capivo; credo fu il bisogno che lei aveva di me a farmi dimenticare la voglia di morire, e le cure che le diedi e le ore che trascorsi a parlarle e a chiedere di ritornare con me a trarla dalla sua pazzia. Un giorno si svegliò: chiese dell'acqua, disse che aveva fame, e fu di nuovo accanto a noi."</p>
<p><em> </em></p>
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					                    <pubDate>Sun, 29 Nov 2020 23:50:42 +0100</pubDate>
                </item>
				                <item>
                    <title>Tiercullus in Interludio: Manator (attorno agli anni Settanta della Terza Era, Terra di Mezzo meridionale)</title>
                    <link>https://esaedro.it/forum/terra-di-mezzo/interludio-manator-attorno-agli-anni-settanta-della-terza-era-terra-di-mezzo-meridionale/#p5823</link>
                    <category>Terra Di Mezzo</category>
                    <guid isPermaLink="true">https://esaedro.it/forum/terra-di-mezzo/interludio-manator-attorno-agli-anni-settanta-della-terza-era-terra-di-mezzo-meridionale/#p5823</guid>
					                        <description><![CDATA[<p>Cadaveri, cadaveri dappertutto. Ardaniel era riversa a terra, avvinta a Seregul in un abbraccio mortale e trafitta dal pugnale del Valdaclo: mentre moriva, ucciso da lei, lui l'aveva colpita, cadendole addosso. I soldati, visto cadere il loro comandante, si erano scatenati nel tempio, distruggendolo, appiccando il fuoco in molti punti e ammazzando chiunque incontrassero che non fosse dei loro, gli elfi e le ancelle e i servi, compresi gli altri soldati Numenoreani. Ora c'era solo morte.</p>
<p>Sentiva un battito alle tempie, e aveva tutto il fianco destro bagnato; brividi. Ardaniel inarcò la schiena quando un brivido più forte degli altri la percorse completamente. Tentò di aprire gli occhi ma scoprì di avere le palpebre incollate da qualche liquido rappreso. Spostarsi le costò una terribile fatica: a ogni minimo movimento, avvertiva un dolore fortissimo al fianco, dove sentiva anche quella strana pressione. Si rese conto che un forte peso gravava su di lei, e che i suoi movimenti erano sono impediti da qualcosa: "Cambragol", ricordò. "Seregul". Persino respirare le era difficile: c'era un forte odore di bruciato, ed un tanfo soffocante, dolciastro... come di escrementi e carne andata a male. Provò a pulirsi gli occhi con le dita e la saliva; scoprì di non riuscire a sputare, e di avere gli angoli della bocca pieni di grumi di sangue. Provò a parlare: scoprì di poter emettere solo qualche suono gutturale, e dopo i primi tentativi sputò sangue e iniziò a tossire, forte, sempre più forte, fino a svenire per il dolore. Piombò nell'incoscienza. Passerà del tempo; dall'incoscienza, ritornò alla vita di colpo: i Valdacli le erano sopra, e qualcosa le colpì il ventre, una lancia, due lance, e il dolore indicibile la fece sollevare in avanti come un arco. Spalancò gli occhi, questa volta ci riuscì, strappandosi parte delle palpebre incollate, urlò ancora: vide, in un velo rosso, figure indistinte agitarsi, come a voler fuggire da lei, e voci di uomini scambiarsi battute concitate. Svenne di nuovo. </p>
<p><em>Freddo. Cominciò come una sensazione allo stomaco, e si diffuse pian piano al resto del suo corpo. Il freddo, la morte; aveva la consapevolezza di star morendo. Di nuovo movimenti, accanto a lei, accanto al suo viso: poi qualcosa sopra di lei, e un calore del quale ebbe sete. Lo cercò con la mano, lo toccò; udì un grido, sentì qualcosa dibattersi; poi il grido si affievolì, e cessò del tutto. Riaprì gli occhi.</em></p>
<p>Verde, giallo; poi rosso, e finalmente un'immagine definita. Gli stessi odori che aveva sentito prima, ma in più la percezione visiva. Corpi di soldati ormai in decomposizione, e sangue secco sui muri; una stanza alta, dalle pareti dipinte di verde di varie tonalità e decorate da disegni geometrici che richiamano alla mente piramidi. Non ricordava assolutamente chi fosse, né perché si trovasse in quel luogo o che cosa fosse accaduto. Suo figlio! Dov'era? Doveva alzarsi, trovarlo. Poi si accorse del bastone che le spuntava dalla pancia, del pugnale che aveva piantato nelle costole e dell'uomo disteso al suo fianco. Un uomo di mezza età, vestito da soldato: il viso congelato in una smorfia di paura, la bava alla bocca. Vicino, un secondo uomo dalla carne bluastra, coperto da un velo di brina: un uomo al quale lei sta stringendo la caviglia, e attorno alle sue dita, nervose e dalle unghie lunghissime, la pelle era completamente nera. Li guardò: rise. Il bastone che le usciva dalla pancia e le bloccava i movimenti era un pezzo di una lancia: l'attraversa da parte a parte, e i suoi abiti strappati erano coperti completamente del suo sangue ormai nero. Quando cercò di estrarla, sentì di nuovo quel dolore insopportabile, ed ebbe l'impulso di rimanere ferma, immobile, ad aspettare; ma il freddo, sottilmente, si stava di nuovo facendo strada nelle sue membra, e capì che ferma non poteva rimanere. Aveva sete. Le sue mani, quasi muovendosi di propria volontà, artigliarono la lancia e la strapparono via. in avanti: altro sangue nerastro schizzò dalla ferita, assieme a parte delle sue viscere; vomitò, e cadde di nuovo a terra. Lentamente, alla fine, riuscì a rimettersi in piedi. Chi era? Perché era viva? Dov'era suo figlio?</p>
<p>[dalla Saga di Ardor, 1993]</p>
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					                    <pubDate>Sun, 29 Nov 2020 00:53:23 +0100</pubDate>
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				                <item>
                    <title>Tiercullus in Interludio: Manator (attorno agli anni Settanta della Terza Era, Terra di Mezzo meridionale)</title>
                    <link>https://esaedro.it/forum/terra-di-mezzo/interludio-manator-attorno-agli-anni-settanta-della-terza-era-terra-di-mezzo-meridionale/#p5822</link>
                    <category>Terra Di Mezzo</category>
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					                        <description><![CDATA[<p>Due giorni dopo l'incendio, Eldarion, su incarico di Cambragol, approfittando delle nuove e più urgenti preoccupazioni di Seregul, raggiunse la casa di Phoedon per colloquiare segretamente con Araphor. Giunse da solo, senza alcuna scorta: ciò stupì molto la principessa, la quale non dovette comunque attender troppo per avere una risposta alle sue domande. L'elfo espose subito le motivazioni che lo avevano indotto a una mossa così azzardata.</p>
<p>"Cambragol ha mandato me", disse Eldarion, "e se qualcosa non dovesse svolgersi come da lui previsto negherà di avermi mai incaricato di una simile missione; non si arrischierà ad incontri diretti con nessuno dei membri della vostra fazione sino a quando non avrà garanzie sufficienti. Quella a cui avete assistito ieri sera non è che una dimostrazione, Araphor. L'impero di Ardor è crollato, ma lo spirito degli Elfi è ancora ben lungi dall'esser stato cancellato da queste terre; in migliaia sono pronti a lottare, se necessario, con armi della potenza delle quali non avete nemmeno lontanamente idea. I poteri della Notte e della Morte sono nostri alleati, e ce ne serviremo, se necessario, senza che le spade dei Valdacli possano arrestarli. Dal vostro sguardo comprendo già che state per reagire alla mia minaccia con la violenza: badate, Araphor..!"</p>
<p>Araphor non concesse ad Eldarion di terminare la frase; scattò in piedi appoggiandosi al tavolo, e puntando l'indice verso l'ingresso della villa di Phoedon, urleò tanto forte da far tremare la brocca vuota di cristallo che i servi avevano appena portato. </p>
<p>"Uscirete subito da questa casa, rinnegato di Ardor! O con le vostre gambe o portato a braccia dai miei marinai, scegliete!"</p>
<p>Eldarion, per niente spaventato, inchinandosi leggermente rispose: "Come desiderate, Araphor. Ma la prossima volta... sarete voi a venirci a cercare".</p>
<p>Phoedon capì dallo sguardo di Eldarion che egli non sta mentendo o giocando d'azzardo; Ardor aveva veramente carte da giocare. Il ricordo della morte di Laomedon, dell'incendio e di quello che aveva trovato in cortile lo fece rabbrividire, e cominciò ad avere veramente paura: per se stesso, per i suoi figli e per la sua città. Demoni orrendi; morte. Per contro, Araphor non sembrava per nulla turbata, ma semplicemente estremamente incollerita per il tono in cui l'elfo si è espresso.</p>
<p>"Eldar, li chiamano, nella loro lingua, Phoedon: gli Illuminati. Si credono superiori a qualsiasi altra stirpe che viva su questo mondo, dicono di essere persino nostri padri, affermano che la nostra progenie ha almeno una parte di loro sangue nelle vene. Provo nausea solo nel vedere quelli come lui; il pensiero di incontrare Cambragol mi stimola il vomito. Non sono questi gli elfi che amo, ma i loro fratelli che avevano eretto città, e che loro hanno usurpato e che ora sopravvivono nascondendosi nelle foreste e nelle terre verdi. Quelli che lottano per preservare la loro cultura antichissima e che stentano a trovare il necessario per nutrire i loro figli. Destino della razza Eldar è di distruggersi con le proprie mani: mordono la mano che viene loro tesa, e sputano nel cibo che gli viene offerto. Non è la prima volta che mi si rivolgono in questo modo: se simile minaccia fosse giunta a Phorakhon, anziché a me, gli sgherri di Seregul starebbero ora profanando i loro cadaveri, e nessun presidio Torguliano impedirebbe agli assassini di Vaal Gark di saccheggiare la torre di Ardinaak o ciò che ne resta. Maledetti stolti, incapaci di comprendere che non c'è alternativa: piegarsi ai Valdacli o cadere sotto il giogo di Mordor ed avere sorte ben peggiore della morte!"</p>
<p>Araphor s'interruppe di colpo, rendendosi conto di aver detto troppo; guardò per un attimo Phoedon, e disse quasi sottovoce:</p>
<p>"Amico mio... non avrei dovuto coinvolgerti in questa pazzia. Cambragol ha comprato il mio silenzio su molte cose... ed ora mi ricatta. Il regno di Ardor nel quale tu ed i tuoi compagni speravate non è ancora caduto, è vero: c'è ancora una regina. Morelen, così la chiamano. Cambragol mi ha detto dove i superstiti si sono nascosti... ora Phorakhon sta venendo qui per organizzare, assieme a Seregul, un'ultimo, grande attacco ai baluardi di resistenza. È questo la guerra della quale avevi sentito parlare. Nessuno, purtroppo, minaccia i Mumakani: sono troppo forti in questo momento per poter essere sfidati. I cavalieri dell'apocalisse hanno chiesto il loro tributo anche ai Valdacli; Terilaen ed Imrazor non ci sono più. Ed ora anche Phorakhon è minacciato..."</p>
<p>Araphor divenne improvvisamente triste; si congedò, e volle raggiungere la sua nave, e salpare, e trascorse su di essa, da sola, tutta una settimana, lasciando Phoedon in compagnia del suo presidio fisso di guardie dei Valdacli. Il mattino dopo la partenza, sulla nave, Sargil potè finalmente avere occasione di parlarle. Ma la notte stessa dopo la partenza di Araphor, nella casa di Phoedon avvennero cose terribili.</p>
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					                    <pubDate>Sun, 29 Nov 2020 00:29:06 +0100</pubDate>
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				                <item>
                    <title>Tiercullus in Interludio: Manator (attorno agli anni Settanta della Terza Era, Terra di Mezzo meridionale)</title>
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					                        <description><![CDATA[<p>Sargil, in piedi sulla poppa del "Meneltarna", la trireme di Araphor, si strinse nel mantello. Provava paura ed inquietudine. Il rumore agghiacciante, qualche momento prima, era giunto fin là, e aveva attraversato le murate della nave facendo destare tutto l'equipaggio; Sargil, scosso da un calore improvviso e tanto forte da fargli credere che il suo stesso sangue stesse bruciando, l'aveva riconosciuto subito: il grido di nascita di un demone di morte che obbediva al suo stesso giuramento. Dai gemiti di piacere delle vergini di Taaliraan che scoprivano l'amore alle urla di battaglia dei Signori di Ardor, dalle grida di terrore degli schiavi arsi vivi ai lamenti dei moribondi, tutto in un'unico suono che solo per chi aveva il vuoto come anima poteva significare vita. Qualcuno aveva evocato una creatura capace di uccidere con la sola voce, e a Sargil erano tornati in mente i momenti vissuti a Geshaan, nella reggia della principessa Morelen. Quella creatura sarebbe stata inarrestabile: priva d'anima e di sentimenti, mossa solo da un'incontrollabile istinto, peggiore della Morte stessa. Ma i Valdacli non avevano simili poteri: chi l'aveva creata? E a chi, se la sua esistenza sfuggiva alla sfera di dominio del Re di Ardor, avrebbe obbedito? Poteva esser stato... Fuinur?</p>
<p>[dalla Saga di Ardor, gennaio del 1991]</p>
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					                    <pubDate>Sun, 29 Nov 2020 00:16:49 +0100</pubDate>
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                    <title>Tiercullus in Interludio: Manator (attorno agli anni Settanta della Terza Era, Terra di Mezzo meridionale)</title>
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					                        <description><![CDATA[<p>La guardò come se qualche voragine si fosse aperta ai suoi piedi, e tutto il mondo che vi stava all’interno fosse stato scuro. Aveva nominato compagni di un tempo ormai dimenticato, in Ardor, prima che egli o suo padre fosse nemmeno nato. Di una stirpe della quale lei non aveva mai parlato. Avrebbe potuto essere sorta dagli elementi, dai raggi di luna, dai racconti della sua gente.</p>
<p>"Non sono di Ardor", ripeté lei molte volte, sottovoce. Ed una volta sola: "Il mio sangue è bastardo".</p>
<p>"Stai dicendo che la tua gente... è quella che governò la mia gente per secoli? Che il tuo sangue è il più nobile di Ardor?"<br />
"No, che io sappia".<br />
"Chi era tuo padre?"<br />
"Un nemico". Elhiri lanciò un altro ciottolo nell’acqua che si stava scurendo, e non lo guardò, come se ne avesse vergogna. "In una terra che non è la tua. "È morto, Fuinur. Lascialo riposare".<br />
Fuinur si pentì; non avrebbe voluto parlare di quelle cose con tanta insistenza. Non voleva ferirla. Avevano fatto l'amore.<br />
"Era uno dei Moriquendi", disse lei. "Un infame, a tuo modo di pensare. Dagli pace. Non ha significato, parlare di lui qui. Anjhurin, era il suo nome. Lo hai sentito, ora. Adesso dimentica persino di averlo udito. Qui non mi conoscono ma il mio nome, il mio vero nome, potrebbe mettere in guardia i Raminghi... se arrivasse alle loro orecchie”. Inspirò e respirò di nuovo, tormentando un filo d’erba fra le sue dita, guardando solo quello. E per un lungo momento nessuno parlò.<br />
Elhiri si scosse. "Farò un giro, domani; vedrò com’è il terreno qui attorno", disse. Per ritrovare la pace, per dare tregua al loro tormento, nella maniera migliore in cui poteva. "Domani, quando andrò a cercare da mangiare. Potrebbe esserci qualcosa, oltre le colline. Dovrebbe esserci qualcosa”. E si mosse piano, spostandosi in maniera da appoggiare la sua spalla sulla schiena di Fuinur.<br />
“Si”, disse Fuinur, sospirando. “Ma due di noi potrebbero...”<br />
“Io. Da sola. Vogliamo svegliare chi dorme e far scappare tutti gli uccelli ed i conigli fra qui e Fornost, con la nostra presenza?”. Sentì un senso di pericolo, ed il suo respiro tremò e si fermò per un attimo, poi si rilassò di nuovo. "Andrò io. Non è il tuo mestiere".<br />
"A piedi".<br />
“No. Posso cavalcare la corrente con un tronco, sulla riva del lago. Non ci saranno difficoltà". Sospirò, e Fuinur sentì il peso della sua testa sulle spalle, e guardò in alto nel cielo, dove le stelle avevano iniziato ad apparire.<br />
“Dobbiamo riposare”, disse lei all’improvviso. "Sei arrabbiato?"</p>
<p>Questa volta fu lui a trattenere il respiro, ed a spostarsi per guardarle il volto. 'Si', stava per dire. Ma lo sguardo serio, gentile che lei gli rivolse era così raro per i suoi occhi, che esitò ad offenderla. Era sempre e sempre la stessa: sempre guidata dal demonio, sempre calda, sempre senza riposo, incapace persino di ragionare, a volte. E li aveva tirati fuori dai guai, sempre: lui e quella comitiva di viaggiatori improbabili venuti da Ardor. Lei, in qualche modo, era stata sempre previdente, sempre svelta più di quello che i loro nemici si erano aspettati, e pronta ad agire non come e dove i nemici si erano aspettati. Elhiri avrebbe potuto far impazzire un uomo sano di mente. Chissà quanti aveva amato, prima di lui. Tanti. Era la sua natura.<br />
"Fuinur?", chiese ancora lei.<br />
"Cos’altro?" rispose lui seccamente.<br />
Lei fu silenziosa poi, e si sedette composta con uno sguardo ferito che lo trapassava e cancellava tutta la collera che lui si portava dentro. Non era, no, i Valar lo sapevano, quello il viso che Elhiri mostrava al mondo. Solo a lui. Solo a lui, in tutto il mondo. Restò a guardarla per un po’.<br />
E la vide alzarsi, strappare un fiore selvatico che cresceva vicino, inginocchiarsi e offrirglielo con una espressione buffa e solenne: offrire a un signore di Ardor quella povera cosa così umida e chiusa per la notte com’era.<br />
Strofinato, aveva un forte odore d’erba, l’odore della primavera, che gli ricordò improvvisamente le corse di quand'era bambino. Gli occhi di Elhiri cercarono i suoi, e la sua bocca si curvò agli angoli in un sorriso. Solennemente, lui lo prese, e le sue dita le accarezzarono la mano. "È tutto quello che mi offri?"<br />
"Si", disse lei, sbilanciata nella sua improvvisa pazzia. Lui era sempre stato più bravo di lei nelle parole. Non era, pensò improvvisamente Fuinur, uno scherzo - o lo era? Forse non lo sapeva più nemmeno lei. Di colpo, era come se fosse in gioco tutto quello che c’era stato fra di loro. Gesticolò disperatamente verso l’acqua. "O", disse nervosamente, ammiccando in maniera perversa, "posso trovartene altri, se vado per un tratto lungo il lago. Te ne posso portare un mazzo!”<br />
Gli occhi di Fuinur si fecero seri.</p>
<p>[dalla Saga di Ardor, gennaio del 1991]</p>
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					                    <pubDate>Sun, 29 Nov 2020 00:05:38 +0100</pubDate>
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