Interludio: Manator (attorno agli anni Settanta della Terza Era, Terra di Mezzo meridionale) | Terra Di Mezzo | Forum

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Interludio: Manator (attorno agli anni Settanta della Terza Era, Terra di Mezzo meridionale)
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Trieste
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Novembre 28, 2020 - 11:38 pm

Il gusto del liquore era molto buono, ricordava quello del frutto del cocco che Manator aveva scoperto nelle terre di Koros; in sè, quella bevanda biancastra, unita al ghiaccio che tintinnava nel bicchiere scuro, era anche molto forte. Ne bevette un sorso; ricordò la sera in cui Morelen si era ubriacata. Ricordi, sempre ricordi: erano la sua maledizione. Avrebbe voluto dimenticare, eppure non ci riusciva; essere mezzo Uomo e mezzo Elfo aveva i suoi svantaggi. Ardaniel gli prese la mano, e gli sorrise, aveva ancora in bocca il dolce che Ilmare aveva preparato. Lei provò a parlare con la bocca piena: vedendo l’espressione di disapprovazione del padre, aspettò, e finì di trangugiare il boccone. Poi si pulì la bocca e le mani sulla manica del vestito, e disse:

“Non dire niente, dai. Ci penserà Ilmare a farlo lavare. Sono la Principessina, no?”

Poi, improvvisamente pensierosa, si alzò; stette per qualche tempo in silenzio a fissare la statua di Ardana che dominava la stanza, e alla fine riprese a parlare, sempre rimanendo voltata.

“Padre, tu riesci ad immaginare quanto io ti voglia bene?”

Attese la risposta senza respirare: Manator si alzò a sua volta, l’abbracciò e la baciò sui capelli. Quel gesto valeva più di ogni parola, e lei lo comprese; ma doveva continuare, per il bene stesso dell’uomo che l’aveva accettata come figlia, per il futuro di Ardor. Forse l’avrebbe ferito; ma doveva continuare.

“Ho parlato molto con Sargil, in questi giorni; credo te l’abbia detto. Ci sono delle cose che devo assolutamente chiederti; ne ho bisogno, voglio delle risposte. I Vala mi siano testimoni quando dico che l’ultima cosa su questa terra che vorrei sarebbe il darti dispiacere, il provocare la tua collera; ma devo sapere, e tu e Sargil mi avete insegnato ad essere sincera. Pallando ti diede lo Scettro di Ardor, e ti permise di ritornare a casa: ma cosa ti chiese in cambio?”

Manator, sorpreso, ammutolì.

“Tu vuoi bene a quella giovane Noldo di nome Nimloth, la figlia della dama Elhiri. Ne sei attratto; forse ti innamoreresti di lei se il tuo amore per la mamma ed il suo ricordo non te lo impedissero. Morfin mi ha detto che tu sei per metà Umano, e come tale provi sentimenti più forti; ho capito. Ma lei è legata al Giuramento di Fedeltà; perchè, padre? Lei si sacrificò per te, non è vero? Perché la lasciasti sola, e scappasti, nel cortile di quel castello? Mia madre ha donato a te la sua vita. Il più prezioso dei doni; quale prova più grande d’amore potrebbe esistere? Ma tu la trattasti male, prima di andartene. La ignoravi, non rispondevi alle sue lettere, non cercavi di capire quello che lei voleva dirti. Perché questo? Perché vuoi andartene a nord, adesso, e lasciarmi di nuovo sola? Ti ho detto che puoi andare, che non ti impedirò di muoverti; mi hai risposto che mi vuoi bene. Quanto mi vuoi bene, papà?
Io ho paura. Paura di essermi sbagliata fino ad ora. Senza di te, non so quello che farò. I tuoi atti sono grandi, i tuoi scopi nobili: prometti, giuri, predichi. Parli di amore, d’amicizia, di rispetto; ogni tanto dici qualche bella frase, e la dici sinceramente, mi fai qualche bel regalo, e me lo fai con tutto il cuore. Così facevi con la mamma: con Morelen. Alla fine, però, esisti solo tu. Hai ucciso Morthaur: era necessario, o lo hai fatto per acquistare prestigio o per assurdo desiderio di vendetta? Perché dicesti ad Ardana che l’amavi? Non ricordavi più Morelen, in quel momento? Perché vuoi fare ora il vagabondo per le terre del nord? So che tieni un diario; vorrei leggerlo”.

[dalla Saga di Ardor, gennaio del 1991]

.\ Roberto Srelz

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Trieste
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Novembre 28, 2020 - 11:48 pm

Il primo pensiero di Manator, quando, sorretto da Ardaniel, entrò in quella che ora si chiamava Sala della Luce, fu per Maragast e per le giornate di studio che aveva passato nella torre di Minas Tirith, chino sui libri; non gli sembrava vero di dover essere lui a fare da insegnante, ora. Forse non si sentiva neanche pronto. Diciotto delle sorelle di Darin Tesarath dalla fascia amaranto, vestite quasi ognuna con abiti di foggia diversa, sedevano a terra davanti a lui, accoccolate su grandi cuscini e con le gambe lungo i fianchi; ricordò Yule, e pensò a lei. Poi vide Lothiriel e Yaveniel dalla fascia di corallo; capì immediatamente che erano venute per metterlo in difficoltà, ma non si spaventò. Anzi, la loro presenza, il loro aperto atto di sfida gli diedero la forza di cominciare a parlare con sicurezza, proprio nel modo in cui avrebbe voluto.
Esordì parlando di Melkor, di Iluvatar e della Grande Musica. Evitò accuratamente di accostare il Vala caduto agli altri che dimoravano ancora oltre il Mare; parlò dei primi giorni di Eä, della bellezza e dello splendore delle Stelle, di Ardana, colei che era stata ancella di Varda; le due sacerdotesse di Morthaur rimasero in silenzio, senza fiatare; lo guardavano con disprezzo. Anarrima, la Darin che lo aveva assistito dopo il suo scontro con Vornocollo, fece un cenno con la mano, e gli chiese di poter parlare; la pregò di alzarsi, cosa che lei fece con grazia, e le disse:

“Dimmi il tuo nome, sorella, e parla pure”.

Ella esordì piano, quasi sottovoce, guardando Lothiriel con qualche timore.

“Sire Numenion, tu ci racconti cose stupende, e credo di parlare per tutte quando dico che veramente mai avremmo sospettato che esistesse una così grande bellezza fuori dalle terre di Ardor. E dai tuoi occhi vedo che non menti, e che i tuoi sentimenti sono sinceri. Narri di Varda e delle sue stelle, e di Ardana; ma ci parli di colei che per tre ere fu Signora come se fosse stata una di noi, una sorella, e non una Dea. Dissero che Ardana era stata distrutta dal potere di Sauron il Maia, e che la principessa Ardaniel, che tu hai adottato come figlia, era lei stessa perpetuata, a metà fra i Valar e gli Elfi. Mentirono? E se mentirono, se ci ingannarono, perché?”

Dopo Anarrima, fu Narvinye a chiedere di poter parlare. Manator si emozionò quando la vide alzarsi; sapeva, anche se non ancora per certo, che quel corpo nascondeva colei che era stata Sorenn, e mai avrebbe dimenticato le terre dell’est e ciò che in quei giorni ormai lontani era accaduto.

“Sire Numenion, o posso chiamarti Manator come tu hai sempre voluto? Io vengo da terre oltre il Chennacatt, e non conosco molto bene le usanze di Ardor; sono nell’ordine solo da uno dei vostri anni umani, e sono ancora molto meno di una novizia. Fu Melkor, non vi è dubbio, a permettere che Ardana, la Signora Nera, e i suoi fedeli creassero la Corte e tutti i Castelli; egli diede loro il potere di riordinare il caos di queste terre, di dar loro una regola, e di prosperare nella grandezza. Questo per molto tempo; cento volte quella che fino ad ora è la mia vita, forse. Ora gli eventi si sono succeduti così rapidamente da lasciarci, è dir poco, confuse ed impaurite. Ardana ha lasciato Eä; Morelen, che le mie sorelle amavano, non c’è più, e molti dei Signori di Ardor sono caduti, uno dei quali, colui che, assieme alla regina, Ardor stessa aveva creato, per tua stessa mano. Ardaniel Stella del Vespro ti ama come suo padre: eppure Morfuin l’ha detto, e l’hai detto tu, che suo padre non sei. Giungi come Erede, ed erede sei, al di fuori di ogni dubbio; perdona il mio ardire estremo, Manator figlio di Terebor, e prendi la mia vita se per te avrò peccato di troppa superbia, ma debbo sapere per poter con pace decidere di quella che sarà d’ora in poi la mia esistenza: chi sei tu, quale profezia ti ha annunciato, quale mano ti guida, chi ci parla di Valar e di Luce per bocca tua?”

Manator cercò le parole per risponderle con semplicità, ma ancor prima che potesse incominciare Lothiriel lo interruppe bruscamente, rivolgendosi alle altre Darin con lo sguardo freddo; le sue frasi erano dure, taglienti.

“Tu non sei altro che il figlio di un uomo, Manator. Sia egli pure il discendente di uno degli Adan, ciò non ha importanza. Nessuna profezia ha mai annunciato il tuo arrivo ad Ardor; una semplice coincidenza ha fatto sì che la principessa Morelen si innamorasse di te, e che ti conducesse sino a queste terre per te remote. Non biasimo l’amore di Morelen: io ho amato, ed ho avuto dall’amore mio figlio Fuinur; tu lo conosci molto bene. Ma per amore non è concesso far tutto; lei, Morelen, ha sbagliato. Noi non ti amiamo, figlio dell’Ovest; vattene da Ardor”.

Yulfalma, una delle più giovani, si levò di scatto.

“Sorella, non mi conosci. Il mio nome è Yulfalma, scrivevo e studiavo per l’Ordine. Con rispetto voglio dirti a nome di molte altre che non condivido le tue parole; le considero valide come tua opinione, e degne di lode per questo, ma la tua opinione non può essere quella di tutte noi. Serinde dal Corallo ti scelse: ma come può comprenderci una femmina che è così diversa da noi… se avessimo potuto esprimerci, avremmo scelto un’altra. Non te, non la madre di Fuinur”.

Yelmë, un’altra Darin, si affiancò a Yulfalma, e disse: “Sire Numenion, concedici di scegliere liberamente chi ci istruisce! Liberaci dall’oppressione di Lothiriel. Allontana lei, allontana Fuinur”. 

[dalla Saga di Ardor, gennaio del 1991]

.\ Roberto Srelz

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Novembre 29, 2020 - 12:05 am

La guardò come se qualche voragine si fosse aperta ai suoi piedi, e tutto il mondo che vi stava all’interno fosse stato scuro. Aveva nominato compagni di un tempo ormai dimenticato, in Ardor, prima che egli o suo padre fosse nemmeno nato. Di una stirpe della quale lei non aveva mai parlato. Avrebbe potuto essere sorta dagli elementi, dai raggi di luna, dai racconti della sua gente.

“Non sono di Ardor”, ripeté lei molte volte, sottovoce. Ed una volta sola: “Il mio sangue è bastardo”.

“Stai dicendo che la tua gente… è quella che governò la mia gente per secoli? Che il tuo sangue è il più nobile di Ardor?”
“No, che io sappia”.
“Chi era tuo padre?”
“Un nemico”. Elhiri lanciò un altro ciottolo nell’acqua che si stava scurendo, e non lo guardò, come se ne avesse vergogna. “In una terra che non è la tua. “È morto, Fuinur. Lascialo riposare”.
Fuinur si pentì; non avrebbe voluto parlare di quelle cose con tanta insistenza. Non voleva ferirla. Avevano fatto l’amore.
“Era uno dei Moriquendi”, disse lei. “Un infame, a tuo modo di pensare. Dagli pace. Non ha significato, parlare di lui qui. Anjhurin, era il suo nome. Lo hai sentito, ora. Adesso dimentica persino di averlo udito. Qui non mi conoscono ma il mio nome, il mio vero nome, potrebbe mettere in guardia i Raminghi… se arrivasse alle loro orecchie”. Inspirò e respirò di nuovo, tormentando un filo d’erba fra le sue dita, guardando solo quello. E per un lungo momento nessuno parlò.
Elhiri si scosse. “Farò un giro, domani; vedrò com’è il terreno qui attorno”, disse. Per ritrovare la pace, per dare tregua al loro tormento, nella maniera migliore in cui poteva. “Domani, quando andrò a cercare da mangiare. Potrebbe esserci qualcosa, oltre le colline. Dovrebbe esserci qualcosa”. E si mosse piano, spostandosi in maniera da appoggiare la sua spalla sulla schiena di Fuinur.
“Si”, disse Fuinur, sospirando. “Ma due di noi potrebbero…”
“Io. Da sola. Vogliamo svegliare chi dorme e far scappare tutti gli uccelli ed i conigli fra qui e Fornost, con la nostra presenza?”. Sentì un senso di pericolo, ed il suo respiro tremò e si fermò per un attimo, poi si rilassò di nuovo. “Andrò io. Non è il tuo mestiere”.
“A piedi”.
“No. Posso cavalcare la corrente con un tronco, sulla riva del lago. Non ci saranno difficoltà”. Sospirò, e Fuinur sentì il peso della sua testa sulle spalle, e guardò in alto nel cielo, dove le stelle avevano iniziato ad apparire.
“Dobbiamo riposare”, disse lei all’improvviso. “Sei arrabbiato?”

Questa volta fu lui a trattenere il respiro, ed a spostarsi per guardarle il volto. ‘Si’, stava per dire. Ma lo sguardo serio, gentile che lei gli rivolse era così raro per i suoi occhi, che esitò ad offenderla. Era sempre e sempre la stessa: sempre guidata dal demonio, sempre calda, sempre senza riposo, incapace persino di ragionare, a volte. E li aveva tirati fuori dai guai, sempre: lui e quella comitiva di viaggiatori improbabili venuti da Ardor. Lei, in qualche modo, era stata sempre previdente, sempre svelta più di quello che i loro nemici si erano aspettati, e pronta ad agire non come e dove i nemici si erano aspettati. Elhiri avrebbe potuto far impazzire un uomo sano di mente. Chissà quanti aveva amato, prima di lui. Tanti. Era la sua natura.
“Fuinur?”, chiese ancora lei.
“Cos’altro?” rispose lui seccamente.
Lei fu silenziosa poi, e si sedette composta con uno sguardo ferito che lo trapassava e cancellava tutta la collera che lui si portava dentro. Non era, no, i Valar lo sapevano, quello il viso che Elhiri mostrava al mondo. Solo a lui. Solo a lui, in tutto il mondo. Restò a guardarla per un po’.
E la vide alzarsi, strappare un fiore selvatico che cresceva vicino, inginocchiarsi e offrirglielo con una espressione buffa e solenne: offrire a un signore di Ardor quella povera cosa così umida e chiusa per la notte com’era.
Strofinato, aveva un forte odore d’erba, l’odore della primavera, che gli ricordò improvvisamente le corse di quand’era bambino. Gli occhi di Elhiri cercarono i suoi, e la sua bocca si curvò agli angoli in un sorriso. Solennemente, lui lo prese, e le sue dita le accarezzarono la mano. “È tutto quello che mi offri?”
“Si”, disse lei, sbilanciata nella sua improvvisa pazzia. Lui era sempre stato più bravo di lei nelle parole. Non era, pensò improvvisamente Fuinur, uno scherzo – o lo era? Forse non lo sapeva più nemmeno lei. Di colpo, era come se fosse in gioco tutto quello che c’era stato fra di loro. Gesticolò disperatamente verso l’acqua. “O”, disse nervosamente, ammiccando in maniera perversa, “posso trovartene altri, se vado per un tratto lungo il lago. Te ne posso portare un mazzo!”
Gli occhi di Fuinur si fecero seri.

[dalla Saga di Ardor, gennaio del 1991]

.\ Roberto Srelz

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Novembre 29, 2020 - 12:16 am

Sargil, in piedi sulla poppa del “Meneltarna”, la trireme di Araphor, si strinse nel mantello. Provava paura ed inquietudine. Il rumore agghiacciante, qualche momento prima, era giunto fin là, e aveva attraversato le murate della nave facendo destare tutto l’equipaggio; Sargil, scosso da un calore improvviso e tanto forte da fargli credere che il suo stesso sangue stesse bruciando, l’aveva riconosciuto subito: il grido di nascita di un demone di morte che obbediva al suo stesso giuramento. Dai gemiti di piacere delle vergini di Taaliraan che scoprivano l’amore alle urla di battaglia dei Signori di Ardor, dalle grida di terrore degli schiavi arsi vivi ai lamenti dei moribondi, tutto in un’unico suono che solo per chi aveva il vuoto come anima poteva significare vita. Qualcuno aveva evocato una creatura capace di uccidere con la sola voce, e a Sargil erano tornati in mente i momenti vissuti a Geshaan, nella reggia della principessa Morelen. Quella creatura sarebbe stata inarrestabile: priva d’anima e di sentimenti, mossa solo da un’incontrollabile istinto, peggiore della Morte stessa. Ma i Valdacli non avevano simili poteri: chi l’aveva creata? E a chi, se la sua esistenza sfuggiva alla sfera di dominio del Re di Ardor, avrebbe obbedito? Poteva esser stato… Fuinur?

[dalla Saga di Ardor, gennaio del 1991]

.\ Roberto Srelz

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Novembre 29, 2020 - 12:29 am

Due giorni dopo l’incendio, Eldarion, su incarico di Cambragol, approfittando delle nuove e più urgenti preoccupazioni di Seregul, raggiunse la casa di Phoedon per colloquiare segretamente con Araphor. Giunse da solo, senza alcuna scorta: ciò stupì molto la principessa, la quale non dovette comunque attender troppo per avere una risposta alle sue domande. L’elfo espose subito le motivazioni che lo avevano indotto a una mossa così azzardata.

“Cambragol ha mandato me”, disse Eldarion, “e se qualcosa non dovesse svolgersi come da lui previsto negherà di avermi mai incaricato di una simile missione; non si arrischierà ad incontri diretti con nessuno dei membri della vostra fazione sino a quando non avrà garanzie sufficienti. Quella a cui avete assistito ieri sera non è che una dimostrazione, Araphor. L’impero di Ardor è crollato, ma lo spirito degli Elfi è ancora ben lungi dall’esser stato cancellato da queste terre; in migliaia sono pronti a lottare, se necessario, con armi della potenza delle quali non avete nemmeno lontanamente idea. I poteri della Notte e della Morte sono nostri alleati, e ce ne serviremo, se necessario, senza che le spade dei Valdacli possano arrestarli. Dal vostro sguardo comprendo già che state per reagire alla mia minaccia con la violenza: badate, Araphor..!”

Araphor non concesse ad Eldarion di terminare la frase; scattò in piedi appoggiandosi al tavolo, e puntando l’indice verso l’ingresso della villa di Phoedon, urleò tanto forte da far tremare la brocca vuota di cristallo che i servi avevano appena portato. 

“Uscirete subito da questa casa, rinnegato di Ardor! O con le vostre gambe o portato a braccia dai miei marinai, scegliete!”

Eldarion, per niente spaventato, inchinandosi leggermente rispose: “Come desiderate, Araphor. Ma la prossima volta… sarete voi a venirci a cercare”.

Phoedon capì dallo sguardo di Eldarion che egli non sta mentendo o giocando d’azzardo; Ardor aveva veramente carte da giocare. Il ricordo della morte di Laomedon, dell’incendio e di quello che aveva trovato in cortile lo fece rabbrividire, e cominciò ad avere veramente paura: per se stesso, per i suoi figli e per la sua città. Demoni orrendi; morte. Per contro, Araphor non sembrava per nulla turbata, ma semplicemente estremamente incollerita per il tono in cui l’elfo si è espresso.

“Eldar, li chiamano, nella loro lingua, Phoedon: gli Illuminati. Si credono superiori a qualsiasi altra stirpe che viva su questo mondo, dicono di essere persino nostri padri, affermano che la nostra progenie ha almeno una parte di loro sangue nelle vene. Provo nausea solo nel vedere quelli come lui; il pensiero di incontrare Cambragol mi stimola il vomito. Non sono questi gli elfi che amo, ma i loro fratelli che avevano eretto città, e che loro hanno usurpato e che ora sopravvivono nascondendosi nelle foreste e nelle terre verdi. Quelli che lottano per preservare la loro cultura antichissima e che stentano a trovare il necessario per nutrire i loro figli. Destino della razza Eldar è di distruggersi con le proprie mani: mordono la mano che viene loro tesa, e sputano nel cibo che gli viene offerto. Non è la prima volta che mi si rivolgono in questo modo: se simile minaccia fosse giunta a Phorakhon, anziché a me, gli sgherri di Seregul starebbero ora profanando i loro cadaveri, e nessun presidio Torguliano impedirebbe agli assassini di Vaal Gark di saccheggiare la torre di Ardinaak o ciò che ne resta. Maledetti stolti, incapaci di comprendere che non c’è alternativa: piegarsi ai Valdacli o cadere sotto il giogo di Mordor ed avere sorte ben peggiore della morte!”

Araphor s’interruppe di colpo, rendendosi conto di aver detto troppo; guardò per un attimo Phoedon, e disse quasi sottovoce:

“Amico mio… non avrei dovuto coinvolgerti in questa pazzia. Cambragol ha comprato il mio silenzio su molte cose… ed ora mi ricatta. Il regno di Ardor nel quale tu ed i tuoi compagni speravate non è ancora caduto, è vero: c’è ancora una regina. Morelen, così la chiamano. Cambragol mi ha detto dove i superstiti si sono nascosti… ora Phorakhon sta venendo qui per organizzare, assieme a Seregul, un’ultimo, grande attacco ai baluardi di resistenza. È questo la guerra della quale avevi sentito parlare. Nessuno, purtroppo, minaccia i Mumakani: sono troppo forti in questo momento per poter essere sfidati. I cavalieri dell’apocalisse hanno chiesto il loro tributo anche ai Valdacli; Terilaen ed Imrazor non ci sono più. Ed ora anche Phorakhon è minacciato…”

Araphor divenne improvvisamente triste; si congedò, e volle raggiungere la sua nave, e salpare, e trascorse su di essa, da sola, tutta una settimana, lasciando Phoedon in compagnia del suo presidio fisso di guardie dei Valdacli. Il mattino dopo la partenza, sulla nave, Sargil potè finalmente avere occasione di parlarle. Ma la notte stessa dopo la partenza di Araphor, nella casa di Phoedon avvennero cose terribili.

.\ Roberto Srelz

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Trieste
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Novembre 29, 2020 - 12:53 am

Cadaveri, cadaveri dappertutto. Ardaniel era riversa a terra, avvinta a Seregul in un abbraccio mortale e trafitta dal pugnale del Valdaclo: mentre moriva, ucciso da lei, lui l’aveva colpita, cadendole addosso. I soldati, visto cadere il loro comandante, si erano scatenati nel tempio, distruggendolo, appiccando il fuoco in molti punti e ammazzando chiunque incontrassero che non fosse dei loro, gli elfi e le ancelle e i servi, compresi gli altri soldati Numenoreani. Ora c’era solo morte.

Sentiva un battito alle tempie, e aveva tutto il fianco destro bagnato; brividi. Ardaniel inarcò la schiena quando un brivido più forte degli altri la percorse completamente. Tentò di aprire gli occhi ma scoprì di avere le palpebre incollate da qualche liquido rappreso. Spostarsi le costò una terribile fatica: a ogni minimo movimento, avvertiva un dolore fortissimo al fianco, dove sentiva anche quella strana pressione. Si rese conto che un forte peso gravava su di lei, e che i suoi movimenti erano sono impediti da qualcosa: “Cambragol”, ricordò. “Seregul”. Persino respirare le era difficile: c’era un forte odore di bruciato, ed un tanfo soffocante, dolciastro… come di escrementi e carne andata a male. Provò a pulirsi gli occhi con le dita e la saliva; scoprì di non riuscire a sputare, e di avere gli angoli della bocca pieni di grumi di sangue. Provò a parlare: scoprì di poter emettere solo qualche suono gutturale, e dopo i primi tentativi sputò sangue e iniziò a tossire, forte, sempre più forte, fino a svenire per il dolore. Piombò nell’incoscienza. Passerà del tempo; dall’incoscienza, ritornò alla vita di colpo: i Valdacli le erano sopra, e qualcosa le colpì il ventre, una lancia, due lance, e il dolore indicibile la fece sollevare in avanti come un arco. Spalancò gli occhi, questa volta ci riuscì, strappandosi parte delle palpebre incollate, urlò ancora: vide, in un velo rosso, figure indistinte agitarsi, come a voler fuggire da lei, e voci di uomini scambiarsi battute concitate. Svenne di nuovo. 

Freddo. Cominciò come una sensazione allo stomaco, e si diffuse pian piano al resto del suo corpo. Il freddo, la morte; aveva la consapevolezza di star morendo. Di nuovo movimenti, accanto a lei, accanto al suo viso: poi qualcosa sopra di lei, e un calore del quale ebbe sete. Lo cercò con la mano, lo toccò; udì un grido, sentì qualcosa dibattersi; poi il grido si affievolì, e cessò del tutto. Riaprì gli occhi.

Verde, giallo; poi rosso, e finalmente un’immagine definita. Gli stessi odori che aveva sentito prima, ma in più la percezione visiva. Corpi di soldati ormai in decomposizione, e sangue secco sui muri; una stanza alta, dalle pareti dipinte di verde di varie tonalità e decorate da disegni geometrici che richiamano alla mente piramidi. Non ricordava assolutamente chi fosse, né perché si trovasse in quel luogo o che cosa fosse accaduto. Suo figlio! Dov’era? Doveva alzarsi, trovarlo. Poi si accorse del bastone che le spuntava dalla pancia, del pugnale che aveva piantato nelle costole e dell’uomo disteso al suo fianco. Un uomo di mezza età, vestito da soldato: il viso congelato in una smorfia di paura, la bava alla bocca. Vicino, un secondo uomo dalla carne bluastra, coperto da un velo di brina: un uomo al quale lei sta stringendo la caviglia, e attorno alle sue dita, nervose e dalle unghie lunghissime, la pelle era completamente nera. Li guardò: rise. Il bastone che le usciva dalla pancia e le bloccava i movimenti era un pezzo di una lancia: l’attraversa da parte a parte, e i suoi abiti strappati erano coperti completamente del suo sangue ormai nero. Quando cercò di estrarla, sentì di nuovo quel dolore insopportabile, ed ebbe l’impulso di rimanere ferma, immobile, ad aspettare; ma il freddo, sottilmente, si stava di nuovo facendo strada nelle sue membra, e capì che ferma non poteva rimanere. Aveva sete. Le sue mani, quasi muovendosi di propria volontà, artigliarono la lancia e la strapparono via. in avanti: altro sangue nerastro schizzò dalla ferita, assieme a parte delle sue viscere; vomitò, e cadde di nuovo a terra. Lentamente, alla fine, riuscì a rimettersi in piedi. Chi era? Perché era viva? Dov’era suo figlio?

[dalla Saga di Ardor, 1993]

.\ Roberto Srelz

Tuija
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Dicembre 25, 2020 - 10:52 pm

Si Elhiri caeda dirgon mén
Delu-Ulair nuithant guil dìn
Si anno ane ìdh a hìdh
Na drenarchad en Ambaron

Qui riposa la nostra signora Elhiri
La sua vita troncata dal maligno Ulair
Qui lasciate che ella trovi riposo e pace
Sino a quando il Mondo non sarà finito

E Fuinur, il SenzaMorte, con queste parole incise col magico scalpello nelle rune di Angerthas, ch’erano d’uso nel Doriath, sigillò per sempre la tomba della sua amata. E la circondò con un limpido, profondo lago che sorse dove prima c’era solo pietra, e vi pose a guardia incantesimi tali e terribili per i quali il Maligno e chiunque non fosse stato di cuore puro e che si fosse trovato a toccare l’acqua o a respirare l’eterno profumo di rosa sarebbe divenuto di ghiaccio, restando per sempre là imprigionato, sul fondo del lago, in terribile agonia. E fece di una roccia che stava ora a pochi passi dal lago una bianca torre, e la riservò per lui. Là, conclusa la sua missione, si sarebbe ritirato, così voleva allora fare; per sempre avrebbe guardato la sua perduta compagna, e per sempre l’avrebbe amata, sino a quando il Mondo non fosse giunto alla fine.

Poi, dopo un lungo silenzio, senza un sospiro e senza una lacrima si voltò; il cammino era ancora lungo. Il suo Nemico era ancora su questa terra, e le anime di coloro che, accecato dalla menzogna, aveva privato del bene pìù prezioso, della vita, esigevano vendetta. Passò accanto alla sua compagna di viaggio senza guardarla, e s’incamminò verso levante.

“Andiamo, Drùna”, disse Fuinur rivolto alla guerriera che lo accompagnava. “Qualcuno mi chiama, da laggiù; qualcuno che quasi riconosco, che ho già incontrato in passato. È un richiamo subdolo, e nasce da un potere che non è più il mio. C’è pericolo da quella parte”.

“Ma se sai che c’è pericolo, Fuinur”, chiese la donna, “perché cercarlo deliberatamente? Oramai, viaggiamo così da mesi e mesi; imboscate, battaglie, tradimenti, in tutto ci siamo infilati, dritti e di proposito. Siamo rimasti in pochi, e portiamo i segni delle ferite e della stanchezza. Quale libertà ci può essere nella morte? È giusto rincorrerla in questa maniera?”

Fuinur si fermò, ma non guardò lo sparuto gruppo di fedeli che lo seguiva. Nelle parole di Drùna non c’erano astio e paura; esse erano un’espressione di verità. E le loro misere condizioni, la stanchezza e la fame che pativano, anch’esse erano verità, ed egli era così stanco da non riuscire quasi più a dar loro sollievo con la sua magia. Ma il cammino era ancora lungo. “Le tue sono parole sincere”, rispose. “Non sono un pazzo, né sono incosciente. Ciò che abbiamo patito a Tol Thule ha rischiarato la mia vista, e so che la cosa più preziosa al mondo è la vita di ognuno di voi. Potrei semplicemente dire: ‘Io non vi obbligo a seguirmi’, e sarebbe la verità. Ma sarebbe troppo di comodo, rispondere così e basta”.

Questa volta si voltò. Guardò Drùna, e Losp’Indel, e Karhunkasi, e Konihrabn, e per ultima Vanha. Losp’indel era l’unica rimasta, oltre a Drùna, del gruppo partito con lui dai Mithlond. Gli altri erano compagni di viaggio che aveva incontrato nel nord. Karhunkasi veniva, Konihrabn era, Vanha cercava. Gli ultimi e le ultime accanto accanto a lui.

[dalla Saga di Ardor, 1993]

Tuija
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Dicembre 25, 2020 - 11:03 pm

Yavanna Nòreheri Cementàri
I marimmè Harnanòressé
Maquetimé almarelya hostalemmanna
Lava men nòlé pantalen halda valasselya
A nestalen i harwi nòréo
A entultalen coiré erumin

Irmo Lòriendeher Olorion Fèantur
I sinomè hostammé, maquetimmè almarelya
Lava men cenié pella ambar sina,
Hlarié pella sùri vercé ar lammar aicalamnion
An, ve nòri ontalemmo
I Ninquinori haryar Ainulindallo
Yamen Iluvatàr tàné Arda yàré Valain

Yavanna, Signora della terra, Regina della Terra,
Noi che viviamo nella terra ferita
Chiediamo la tua benedizione sulla nostra raccolta.
Dacci la sapienza per aprire il potere che è nascosto
Per curare le ferite della terra
E riportare la vita nei luoghi deserti.

Irmo, Signore di Lorien, Maestro delle Visioni,
Chiediamo che la tua benedizione qui si raccolga
Dacci la visione oltre questo mondo
E concedici di sentire oltre i fieri venti e le grida delle bestie
Perché così come le terre dove siamo nati,
Così sono queste terre bianche racchiuse nella Musica
Con la quale Ilùvatar rivelò Arda ai Poteri del passato.

 

La cavità, davanti a loro, apparve come una fessura piena di neve: stretta e lunga, e invisibile da distante. Era stata nuovamente aperta, dopo millenni, dal cataclisma che si era abbattuto sulla fortezza di Amon Sul; in passato, il suo ingresso era stato celato in una delle segrete. Si narrava che la cavità fosse tanto estesa da raggiungere i passaggi delle Profondità Inferiori, e che arcate di pietra sostenessero la volta ormai coperta da montagne di detriti. Fino ad allora, nessuno era mai sceso così in basso, e la verità non era conosciuta da nessuno. La discesa di Fuinur richiese coraggio e forza d’animo: il buio era fitto, e la visione spettrale. Per la prima parte, però, non fu particolarmente difficile. Scoprirono, addentrandosi, che la base della fenditura era separata dall’ingresso delle Profondità Inferiori da sole cinque braccia di ghiaccio e pietre piccole; muoversi là in mezzo era comunque rischioso, rocce e macigni erano sostenuti solo dal ghiaccio, non erano stabili e avrebbero potuto cadere e schiacciare l’esploratore imprudente. Aprire una via sicura in ogni caso avrebbe voluto dire lavorare per mesi, e non avevano a disposizione tutto quel tempo. Quello che non sapevano era che il crollo di parte della fenditura e l’isolamento delle Profondità Inferiori dalla superficie della terra aveva salvato Colle Vento dalle maligne creature che vivevano là sotto; e che riaprire la cavità sarebbe stato, alla fine, un azzardo.

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